WeMake. L’alternativa creativa e digitale alla società degli sprechi.

In un mondo dove gli oggetti hanno vita breve, e la parola d’ordine è divenuta gettare, sostituire, ricomprare; sostenibilità significa invertire questa tendenza, per tornare alla condivisione, al riciclo, al riuso, all’essenziale. Lo ha ben presente Zoe Zomano, fondatrice insieme a Costantino Bongiorno di WeMake. Makerspace di Milano dove, spiega Zoe «proviamo ad immaginare nuove tipologie di prodotti customizzabili, riparabili e producibili solo quando qualcuno li vuole acquistare. Il movimento dei maker, di cui facciamo parte, nasce dal rifiuto di quel consumismo dei prodotti usa e getta, progettati secondo le regole di un’obsolescenza programmata che ha a cuore soltanto il profitto».

Un luogo di incontro, una palestra, una scuola: ognuna di queste parole ben si adatta al modello WeMake. Dai corsi per bambini, alle specializzazioni per professionisti, questo spazio altamente digitalizzato è finalizzato ad incentivare la collaborazione e la sostenibilità di ogni attività. «La fabbricazione digitale permette di creare un’alternativa alla produzione di massa, a prezzi contenuti, ed evitando sprechi ed esternalità negative» continua Zoe Romano. E questo non è l’unico impegno, in una prospettiva di lungo periodo che troppo spesso manca alle istituzioni. «Dedichiamo molto tempo a formare cittadini, istituzioni e imprese nel diventare soggetti attivi all’interno della produzione, attraverso il trasferimento di competenze tecnologiche, ma soprattutto sviluppando quelle soft skill fondamentali per lavorare nel contesto contemporaneo. Oggi, infatti, non è più sufficiente essere specialisti in qualche cosa: bisogna essere in grado di lavorare in gruppi interdisciplinari, avere competenze digitali e coltivare autonomia di progettazione e gestione». 

Al di là della produzione, è il concetto di “Collettivo” a riemergere: comunicare, mettere in comune, condividere per unire. Non solo innovazione tecnologica, quindi, ma sostenibilità sociale.  WeMake si compone di due realtà distinte tra loro: da una parte l’impresa, dall’altra l’Associazione. «L’Associazione è nata un anno prima dell’impresa e attraverso di essa abbiamo creato un format di evento intitolato Popup Maker, che si è poi tenuto anche a Torino e Roma, appoggiandosi alle comunità di maker locali. L’evento mensile ed itinerante ci è servito per iniziare a far conoscere chi già era attivo in città.  Ci si trovava alle 19 e, durante un aperitivo, si presentavano 3 progetti.  Potevano essere anche prototipi ma dovevano implicare un oggetto fisico da mostrare al pubblico, realizzato con tecnologie di fabbricazione digitale (stampanti 3d, Arduino o taglio laser). I partecipanti avevano così l’occasione di ricevere feedback sul progetto e, a volte, incontrare collaboratori, per portarlo avanti.  Quando abbiamo aperto WeMake, abbiamo dovuto creare una SrL per riuscire più facilmente a gestire la varia burocrazia di un makerspace con strumenti direttamente accessibili dagli utenti. Ora, a seconda del tipo di progetto che dobbiamo fare, utilizziamo l’associazione o la srl».

Zoe Romano e Costantino Bongiorno segnano, assieme a tantissimi makers, un nuovo corso della storia: «portare l’esperienza di progetti collettivi -nati in contesti di mediattivismo con un punto di vista critico sulle dinamiche della società contemporanea impregnata di tecnologia- per arrivare a una modalità di lavoro e produzione in grado di svincolarsi dalle narrative di consumo e successo della famiglia felice della pubblicità». E non importa se il prodotto finale è un orecchino, una borsa LED, o un vaso realizzato con stampante 3D; perché WeMake ridefinisce l’intero sistema produttivo, dando spazio alla creatività, senza obbligare una produzione massiva.

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