Voucher & Welfare. Generazione sotto costo?

Valgono 10 euro e servono a remunerare le prestazioni di lavoro accessorio. I voucher, la “via” italiana per l’emersione del lavoro nero, incarnano un elemento peculiare della nostra generazione.

Tra il 2008 e il 2015 la quota di giovani retribuiti con il buono lavoro sul totale dei lavoratori occasionali è aumentata vertiginosamente, passando dal 12,9% al 43,1%.

Solo nel 2015 infatti 1.380.030 di lavoratori – con un’età media di 36 anni – è stato pagato a voucher. A gennaio 2017 ne sono stati venduti 9 milioni.

L’attuale normativa, secondo cui “è possibile utilizzare i buoni in tutti i settori di attività e per tutte le categorie di prestatori” è conseguenza della loro progressiva liberalizzazione, messa in campo con la riforma Fornero del 2012 e con il Jobs Act.

“Il problema dei voucher non è l’uso, ma l’abuso” ha dichiarato invece il presidente dell’Inps Tito Boeri in audizione in Commissione Lavoro alla Camera. Secondo Riccardo Magi e Michele Capano, esponenti di spicco dei Radicali italiani, i voucher sono invece “una misura utile e necessaria a far entrare in una cornice di legalità categorie di lavoratori che altrimenti sarebbero state consegnate al sommerso”.

Tuttavia i voucher non devono diventare un escamotage per sostituire i regolari rapporti di lavoro e ridurre i costi per le imprese, con l’abbattimento dei diritti e la compressione dei salari.

Un uso distorto, infatti, alimenterebbe il lavoro sottocosto senza fornire strumenti a una generazione che si arrabatta tra collaborazioni e prestazioni occasionali in ossequio ad una maggiore flessibilità del lavoro. Anche se le iniziative sono spesso dettate da richieste da parte dell’Europa, negli altri stati membri i modelli utilizzati non sono complementari a quello italiano.

Ma quali sono le differenze in Europa dove questo sistema sembra funzionare? In Francia, ad esempio, il lavoro accessorio è pagato tramite i Cesu – chèque emploi service universal – per prestazioni di lavoro a domicilio di brevissima durata. Il lavoratore “occasionale” è concepito come un lavoratore subordinato – cosa che non succede con il buono lavoro italiano – e gli vengono riconosciuti gli stessi diritti – indennità, malattie, ferie – e il salario minimo.

Il modello belga, invece, si avvale dei Tires service, utilizzabili unicamente per i servizi di stiratura e pulizia. Il committente e il lavoratore non entrano in contatto diretto ma la stipula del rapporto di lavoro avviene tramite un’agenzia convenzionata. Simile al nostro lavoro in somministrazione, il lavoratore è un “dipendente” dell’agenzia, nonostante ci siano dei ticket che certificano la prestazione effettuata. Il minijob tedesco invece è un vero e proprio contratto di lavoro minimo – per durata o stipendio – con cui regolamentare gli impieghi secondari. Anche in questo caso persiste un salario minimo. Il minijob è considerato un lavoro temporaneo ed è strettamente legato a corsi di formazione (Ausbildung).

I voucher italiani rappresentano, quindi, un unicum del Vecchio Continente che potrebbe essere ripensato proprio attingendo dalle esperienze europee.

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