Vite parallele, destini incrociati

I giovani italiani della Generazione Y affrontano gli identici problemi dei loro coetanei di gran parte del mondo: lavori che scompaiono, stipendi che si contraggono, progetti di vita rimandati o annullati per sempre. Solo che mentre da noi li si insulta, all’estero si cerca di affrontare la questione alla radice.

Quando la politica e la stampa del nostro Paese decidono di parlare dei giovani italiani di solito tirano fuori il lanciafiamme. Giornalisti, opinionisti, ministri o anche il tizio del bar sotto casa bistrattano spesso e volentieri le giovani generazioni. Un mantra, al pari di disquisire del tempo o della finale di Sanremo. I ragazzi italiani sono stati bollati come “choosy” da Elsa Fornero, definiti “sfigati” da Michel Martone, marchiati come “bamboccioni” da Tommaso Padoa-Schioppa e se “andassero fuori dai piedi” per Giuliano Poletti renderebbero un servizio alla patria. Tutte condanne senza appello. Certo, non è un mistero per nessuno che la condizione dei giovani italiani sia drammatica. Disoccupazione giovanile al 40,1%, NEET (Not in Employment, Education or Training, sigla che identifica i giovani che non lavorano né studiano) al 26,9%, età media alla laurea di 26,5 anni, e percentuale di laureati al 24%. Tuttavia, senza voler assolvere a tutti i costi la Generazione Y nostrana dalle sue (tante) mancanze, è lecito guardarsi un po’ intorno e domandarsi se i millennials italiani siano davvero una legione di imbecilli o se i loro coetanei in giro per il mondo affrontino gli stessi problemi.

Prendiamo la prima accusa, l’ormai leggendario “bamboccioni” Termine coniato dall’ex-ministro dell’Economia Padoa-Schioppa esattamente dieci anni fa, quando accusò i giovani di voler rimanere a casa dei genitori il più a lungo possibile. È vero, il 67,3% dei giovani in Italia vive ancora con mamma e papà. Ma depurando questa percentuale italiana da una tradizione familiare tra le più forti del pianeta, noteremmo che altrove la tendenza non è molto diversa: negli USA sono il 40%, in Germania il 43%, in Brasile il 30%, nel sudest asiatico addirittura i due terzi, con Hong Kong che svetta al 76%. Bamboccioni senza frontiere? Ovviamente no. In tutto il mondo il problema è lo stesso: costi abitativi che crescono e stipendi che non li accompagnano. In Italia dal 2001 al 2016 il prezzo delle abitazioni è aumentato del 60%. Una tendenza in linea con il resto del mondo. Mentre da trent’anni le retribuzioni sono al palo. Ovunque. E se da noi la questione “bamboccioni” è ampiamente dibattuta da decenni, all’estero è un fenomeno di cui apparentemente le opinioni pubbliche si sono accorte solo ora. Ad esempio, solo quando nel 2011 mezzo milione di ragazzi occuparono le strade di Tel Aviv, protestando contro il caro-immobili, che la stampa israeliana si accorse del problema dei giovani che rimangono a casa con i genitori. In Brasile, invece, è da poco sorto il termine “Geração Canguru”: Generazione Canguro. Una metafora per i sempre più numerosi giovani brasiliani che rimangono a vivere nel “caldo marsupio dei genitori” non riuscendo a far fronte alle folli pretese del mercato immobiliare verde-oro.

Il problema quindi esiste dappertutto. Ma  quando si parla di questo argomento la stampa italiana si trincera dietro al paragone con i Paesi del nord Europa, dove le percentuali di giovani che vivono  con i genitori sono sicuramente più basse (ad esempio la Danimarca al 19,7%). Dimenticandosi però che a quelle latitudini esiste un poderoso Stato sociale che foraggia generosamente chi va a vivere da  solo, sostanzialmente pagando l’affitto e concedendo numerosi benefit. Politica economica corretta? Se ne può discutere. Ma  almeno vicino al Circolo Polare hanno provato ad affrontare il problema in qualche modo. Appare quantomeno bizzarro, invece, picchiare duro in patria puntando il  dito verso nord, senza minimamente considerare  la colpevole latitanza del welfare italiano.

Passiamo poi ai “choosy” della Fornero, secondo cui i giovani italiani sarebbero troppo schizzinosi nel cercare lavoro, non trovando l’impiego dei sogni e finendo per ingrossare le fila dei NEET. Premesso che l’ex-ministro del Lavoro è stata smentita dai fatti, come ad esempio dimostrano le decine candidature di giovani laureati arrivate al Comune di Palermo per un posto da lustrascarpe. Comunque le statistiche in  Italia rimangono allarmanti. Ma là fuori come va? Negli USA il tasso di NEET è al 14,4% in Francia al 17,2%, in Irlanda al 16,2%, in Brasile al 22,5% e in Israele al 15,2%. Dati non troppo distanti da quelli italiani, che vanno sempre depurati dall’altissima incidenza del lavoro nero, che invece all’estero non c’è. E allora come la mettiamo: un villaggio globale di lavativi? Ovviamente no. Esistono problemi gravi comuni a tutti giovani del mondo. Uno su tutti, la scomparsa di interi settori professionali a causa dello sviluppo tecnologico e della concorrenza asiatica a basso costo. Pur cercando con forsennata disperazione, certi lavori non esistono più. La tecnologia li ha resi obsoleti. Oppure sono diventati impossibili da svolgere in quello spicchio di mondo che non fa dumping sociale. Cioè da noi. E non si tratta solo della manodopera non qualificata. Ad esempio, un ragazzo europeo, americano o australiano che cinque anni fa ha scelto di studiare informatica, settore che all’epoca pareva garanzia di successo professionale, oggi, da programmatore laureato, deve fare i conti con qualche milione di concorrenti pachistani, che per gli stessi identici servizi chiedono un decimo della retribuzione, lavorando comodamente da Peshawar. Tanto bit e  codici non hanno frontiere. A condizioni del genere la concorrenza muore al primo preventivo. Ed  ecco che si finisce ad ingrossare le fila dei disoccupati. Pur vantando la lode alla laurea e dieci stage sul curriculum. E esistono milioni di esempi del  genere per altrettanti settori economici.

Infine, analizziamo gli “sfigati” di Martone, ovvero quei ragazzi che si laureano a 28 anni e che quindi sarebbero tagliati fuori dal mercato del lavoro ancora prima di affacciarvisi. È vero, se fino a quell’età si è solo gozzovigliato la laurea non solo è inutile ma diventa dannosa. Tuttavia, capovolgendo il ragionamento e considerando i giovani che a quell’età arrivano ad un dottorato, ovvero il massimo titolo di studio superiore, scopriremo che non se la passano poi così bene. In media, la differenza salariale tra un dottorato o un laureto è quasi nulla in Italia e assai scarsa nel resto del mondo. E molto spesso in tutti questi Paesi i giovani devono affrontare carriere traballanti, impieghi saltuari o un vero e proprio mismatch lavorativo, avendo competenze troppo elevate per i lavori richiesti dal mercato. E quindi rimanendone fuori. Tanto che su internet proliferano articoli in diverse lingue dai titoli drammaticamente cristallini: “Entrando nella generazione dei dottorati disoccupati”, “Perché il dottorato è stata una delle peggiori scelte della mia vita” o “Quale vita dopo il  dottorato?”.
Risultato: anche chi ha corso tanto, si è sacrificato molto ed ha raggiunto il massimo possibile a quell’età si trova con un pugno di mosche in mano.

E si potrebbe andare avanti all’infinito con esempi di  ogni genere, dal numero di figli fatti, a quello delle automobili acquistate, da quanti mutui vengono concessi dalle banche, fino ai matrimoni celebrati. Tutti dati che accomunano i giovani di mezzo mondo. Costretti a rimandare o addirittura ad abdicare a progetti di lungo periodo. E questo perché si assiste ad un cambiamento strutturale del mercato e ad una riallocazione mondiale della ricchezza. Ed è  per questo che giovani di tutto il mondo si ingegnano per trovare soluzioni alternative.

Uber, Airbnb, Spotify, la sharing economy altro non sono che tentativi di difendere un tenore di vita che altrimenti non si potrebbe sostenere.

Ci si limita ad usare perché non hanno i mezzi per possedere. Ovunque la Generazione Y é costretta ad affrontare mercati del lavoro sempre più ostili, che richiedono titoli di studio sempre più alti, un sempre maggiore numero di lingue conosciute ad un’età sempre più bassa, per poi offrire stipendi sempre più miserabili, spesso condannando a cerchi danteschi di stage infiniti senza alcuna prospettiva.

Bruxelles, New York, São Paulo, Sydney, Roma, in tutto il mondo si arriva a trent’anni con pochi soldi in tasca e carriere zoppicanti. Eccezion fatta per settori specifici come i pubblici dipendenti o l’alta finanza (ovviamente fino al prossimo crack bancario e relativi licenziamenti di massa).Quindi, quando i media o i politici nostrani usano la mannaia parlando dei giovani esibiscono solo il loro elevato grado di provincialità e scarsa capacità di  analisi. La Generazione Y affronta ovunque le stesse problematiche, e reagisce ovunque allo stesso modo. Vite parallele, ma destini incrociati. Certo, esistono peculiarità tutte italiane e i pelandroni vanno additati come pessimi esempi. Ma bisogna avere ben chiaro che in tutto il mondo occidentale per la prima volta nella storia i figli avranno meno opportunità rispetto ai loro genitori. Pur essendo la generazione più istruita di sempre. Cercare di comprendere le radici del problema piuttosto che starnazzare scempiaggini è probabilmente il modo più intelligente per tentare di risolverlo. Ma soprattutto, potrebbe evitare il montare del sentimento che un’intera generazione, la nostra, prova sempre di più per l’attuale classe politica: un profondo e rabbioso disprezzo.

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