Un mare di polemiche per un mare di morti: Ong e SAR

L’emergenza umanitaria che ha visto morire in poco più di tre anni oltre quindicimila migranti nel tentativo di raggiungere le coste europee, ha portato a un crescente coinvolgimento nell’attività di Search & Rescue (ricerca e soccorso) delle Organizzazioni Non Governative (Ong). Queste hanno cominciato a operare nel Mediterraneo a partire dall’agosto 2014, inizialmente per colmare il vuoto nato dall’incapacità di Ue e Stati membri nel coordinare in modo efficace i salvataggi. Fino ad allora, l’onere era stato lasciato ai soli border countries: in Italia, ad esempio, erano state la Marina Militare, insieme alla Guardia Costiera e alla Guardia di Finanza, ad accollarsi costi e responsabilità dell’operazione Mare Nostrum, mentre navi commerciali di passaggio si facevano carico dei restanti recuperi.

Le Ong hanno mantenuto il loro impegno anche quando lo sforzo italiano è diventato europeo, con la trasformazione di Mare Nostrum nell’operazione sotto l’egida Ue Triton nell’ottobre 2014. Dopo i due tragici naufragi di fine giugno 2015, in cui morirono in mare oltre 1200 persone, l’Ue è scesa in campo con l’altra missione militare Eunavfor Med, lanciata per smantellare le rotte dei trafficanti e ribattezzata poi Operazione Sophia dal nome della bambina nata sulla nave che aveva appena salvato la madre di nazionalità somala.

Nonostante la presa di coscienza collettiva del problema e le iniziative europee, le Ong hanno incrementato con il tempo le loro attività: in tutto il 2016 hanno contribuito a portare a terra il 26% dei 178.415 migranti arrivati in Italia, numero salito al 41% nei primi sette mesi del 2017.

Tra le critiche ricevute dalle Ong, quella di essere un pull factor, cioè di incentivare i disperati a lasciare i Paesi d’origine per tentare una pericolosa traversata. L’accusa è arrivata anche dall’agenzia europea Frontex nel suo rapporto annuale pubblicato lo scorso dicembre. Un altro effetto indesiderato della presenza delle Ong nel Mediterraneo sarebbe anche uno spostamento delle operazioni di salvataggio verso le coste libiche, spesso al punto di invadere le acque territoriali del Paese nordafricano.

La certezza del salvataggio “a metà strada” avrebbe inoltre modificato il business model del traffico di migranti. Secondo una nota della Commissione europea, i trafficanti hanno sostituito le grandi imbarcazioni, in grado di raggiungere almeno le sponde di Lampedusa, con altre «gonfiabili da quattro soldi, del tutto inadeguate alla navigazione», che il più delle volte è affidata a uno degli stessi migranti a bordo.

Dalla fine dello scorso aprile sono partite indagini di alcune procure che hanno gettato ulteriormente ombra sull’operato delle Ong. Il vortice di polemiche che ne è scaturito ha coinvolto anche alcune organizzazioni insospettabili come Medici senza Frontiere e Save the Children, mentre altre hanno scelto di ritirare le proprie navi dai mari in attesa – è il caso di dirlo – che le acque si calmassero.

Un’ulteriore giro di vite è arrivato con il Codice di Condotta proposto a luglio dal Viminale alle Ong per regolamentare le operazioni SAR. Non tutte hanno deciso di firmare, giudicando inaccettabili obblighi come il divieto di ingresso in acque libiche. Chi ha deciso di non sottostare alle direttive del governo italiano si difende considerando questi punti controversi come dei limiti all’unica loro missione, quella di salvare vite umane. Resta, infatti, il fatto che nel Mediterraneo si continua a morire. Il dato allarmante è proprio l’incremento di persone che hanno perso la vita tentando la traversata della speranza: da 644 nel 2014 a 5098 nel 2016.

 

 

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