Torpignattara in tutte le lingue del mondo

Sono le sette del mattino a Torpignattara, periferia sud-est di Roma. Il quartiere si sveglia all’alba al suono delle saracinesche che si alzano sulla strada. Le insegne sono scritte in tutte le lingue del mondo. Alcune, indecifrabili. I binari del tram di Via Casilina dividono la zona a metà. Da una parte, Via di Torpignattara, che termina con l’acquedotto romano, e dall’altra Via della Maranella. Nel centro del quartiere sono sopravvissuti alcuni negozi italiani, dove gli stessi italiani si ritrovano tra loro. Intanto, come tante piccole formiche, gruppi di stranieri posteggiano i furgoni, aprono i tendoni bianchi su Via Casilina, montano i banchi e ci ammassano sopra i vestiti usati.

Pasolini su Torpignattara scriveva: “Una Shangai di orticelli, strade, (…) gruppi di palazzoni”. Era il 1955. Nessuno là aveva ancora mai visto uno straniero, né tantomeno un’insegna in un’altra lingua.

Da qualche anno, invece, i romani del quartiere parlano di “invasione”. Adesso Torpignattara è una babele di lingue, religioni, colori e odori di cibi di ogni parte del mondo. Nella zona si notano tabernacoli cattolici che convivono con cartelli, scritte e foto di personaggi di divinità religiose induiste. Ci sono 5 moschee ufficiali nel raggio di 700 metri, dove, specialmente il venerdì, le persone arrivano in massa, sostano sull’entrata per togliersi scarpe e calzini, poi scompaiono nel corridoio che porta alla stanza della preghiera. Alcuni romani esagerano: «Questi li addestrano per farsi saltare tutti in aria». Ma gli islamici non sono gli unici ad avere i loro luoghi sacri. In Via della Maranella, un tempio cinese con insegne indecifrabili convive con la moschea di Quba a due metri di distanza, sullo stesso lato della strada. Italiani e stranieri a Torpignattara viaggiano su binari paralleli che non si incontrano mai, come quelli del tram di Via Casilina. Ogni comunità ha i suoi negozi, la sua clientela, i suoi luoghi di ritrovo. L’unico modo per sopravvivere senza scontri. E la politica? La risposta dei romani è unanime: «A votare si va sempre, è un dovere. Ma questo voto non si sa bene a chi darlo». Intanto, l’unica sede di partito del quartiere resta quella del PD, dove verso sera sugli scalini sotto la bandiera un uomo fa il pediluvio, risvolti dei pantaloni tirati su e bacinella con acqua calda. Accanto al fruttivendolo nepalese.

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