Siamo tutti(e) maschilisti(e)

“Mammamia, sei pesante, scherzavo!”, ci diranno, dove il sotto testo è: fammi dire la mia cosa superficiale e maschilista e non rompere le palle, non ti imbarcare in una discussione scomoda che nessuno ha voglia di sentire e crea soltanto un momento di imbarazzo durante la cena.

#Iocisono, #ancheio (metoo), #nonunadimeno.

Questi gli hastag più usati in Italia durante la giornata internazionale contro la violenza sulle donne lo scorso 25 novembre. Come a dire eccoci, siamo qui, ci siamo tutte: insieme. Una richiesta di essere viste, davvero, nel profondo; perché è molto più semplice trovare una giustificazione nel far male a qualcosa che ignoriamo, che scegliamo di non vedere in tutta la sua umanità. Così si davano dei numeri agli ebrei, privandoli del proprio nome; altrimenti come fare ad accettare una simile, disumana violenza, se di mezzo ci fossero davvero stati degli esseri umani. Così si oggettivizzano le donne, per farne delle vittime generiche, deboli e quindi degne di prevaricazione. Perché così è sempre stato, e fa arrabbiare, ma non stupisce poi tanto. Perché il solo fatto che avvenga da sempre, e con una tale frequenza, ha reso concepibile l’inconcepibile. E così il fatto che dal 2000 ad oggi, in Italia siano state uccise 3100 donne, più di 3 alla settimana, molte delle quali per mano di un parente; pare un numero enorme,
inaccettabile, ma non inconcepibile. E solo quest’anno, che non si è ancora concluso, ad essere uccise in Italia sono più di cento donne. Per non parlare di quelle violentate, picchiate, abusate fisicamente e psicologicamente.

Eppure c’è ancora chi storce il naso, a sentir parlare di femminismo. Le donne stesse, spesso, lo trovano un argomento noioso, datato. Che rimanda ad un immaginario anni settanta di collettivi autoreferenziali, capelli troppo corti e gambe non depilate. Perché è più semplice ridurre la battaglia delle donne ad una ridicola macchietta; questo permette da un lato di togliergli importanza ed ignorare l’evoluzione che tale fenomeno ha avuto nel corso del tempo; e allo stesso tempo di escludere dal quadro tutte quelle donne che invece hanno scelto di combattere senza rinunciare alla propria femminilità; alimentando così quel meccanismo sotteso per cui una donna più o meno bella, che ha cura di sé, che ricopra una qualche carica di potere senza atteggiarsi a virago, debba sempre, in qualche misura, giustificarsi; fare più di quanto richiesto per dimostrare che non è lì per le sue doti seduttive o per essere andata a letto con questo o con quello.

Perché in Italia, il maschilismo è così profondamente radicato nella cultura e nella società, che in qualche misura, più o meno consapevolmente, ne siamo vittime tutti. Che nessun uomo si sente a proprio agio, nel guadagnare meno di una donna –ammesso che questo accada, visti i dati sulla disparità salariale in Italia—per non parlare dell’ipotesi del paternity leave, oggi in vigore nei Pasi scandinavi e accolta qui, ogni qualvolta ne abbia parlato, con una grossa risata. E quante volte assistiamo a battute sessiste di basso livello in televisione, al lavoro, per strada. Più o meno consapevoli, ripeto. Perché il tizio becero e volgare che ti commenta il sedere non è il punto qui. Il punto sono tutte quelle persone, uomini e donne, che sono maschilisti senza saperlo; mentre si autodefiniscono progressisti e si fregiano della loro apertura mentale. E quante conferenze, talk, trasmissioni; dove i relatori, gli esperti sono sempre uomini. E quelle distese di teste calve e bianche alle assemblee e agli incontri ai vertici di qualsiasi foro, istituzione, associazione dove si predano decisioni, dalle più rilevanti alle più insignificanti. E la retorica continua sulle donne che si odiano, che non possono lavorare insieme, che se le metti nella stessa stanza litigano, perché sono invidiose.

Quante volte ce lo siamo sentito dire, che noi donne non andiamo d’accordo, non possiamo lavorare bene insieme, siamo in competizione costante. E io non mi stancherò mai di scriverlo, chi mi segue lo sa; che noi a questo dobbiamo controbattere ogni volta. Perché il divide et impera è, ed è sempre stata, l’arma più efficace di qualsiasi supremazia capace di durare nel tempo. Per questo dobbiamo dirlo che non è vero, a rischio di essere noiose, scomode, pesanti. “Mammamia, sei pesante, scherzavo!”, ci diranno, dove il sotto testo è: fammi dire la mia cosa superficiale e maschilista e non rompere le palle, non ti imbarcare in una discussione scomoda che nessuno ha voglia di sentire e crea soltanto un momento di imbarazzo durante la cena. Perché l’ipotesi che lui questa cosa avrebbe e semplicemente potuto non dirla, e il problema non sussisterebbe, non la prende neppure in considerazione. Perché si è sempre detta, e va bene così.

Eppure qualcosa per fortuna, sta cambiando. Gli uomini stanno cambiando, non solo le donne. Le categorie che definiscono i ruoli nel mondo occidentale si stanno dilatando fino a comprendere una porzione sempre più ampia e variegata della complessità che ci rende umani. E questo crea confusione e disorienta, perché apre infinite possibilità. Ma non bisogna crederci, quando ci dicono che le relazioni e le famiglie non durano più perché non esistono più i ruoli; perché la donna non fa più la donna (ergo: stare a casa, badare ai figli e avere pazienza per due) e l’uomo non fa più l’uomo (ergo: cambiare lampadine e sopprimere la propria emotività sfogandola in aggressività, nella migliore delle ipotesi passiva). Le famiglie, per chi lo vorrà, reggeranno al prezzo del sacrificio di entrambi allo stesso modo, e nel reciproco ascolto e riconoscimento dei bisogni e del ruolo che ciascuno vorrà attribuirsi nella costruzione di un progetto comune.

La cose stanno cambiando, è vero. Ma devono cambiare di più e più velocemente. Perché una società democratica a nessun livello può più reggersi su una dinamica di vittima e carnefice. Devono cambiare perché non c’è ragione perché non sia così. E nel nostro mondo, perlomeno, c’è sufficiente informazione, elaborazione intellettuale e secolarizzazione perché appaia semplicemente ridicolo il contrario.

Siamo qui, ci siamo, tutte insieme.
Non una contro l’altra.

 

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