Sharing economy: una rivoluzione dei contorni indefiniti

Le nuove tecnologie hanno aperto la strada a un nuovo modo di possedere le cose: condividendole o prendendole in prestito per un periodo di tempo limitato e in base alle proprie necessità. L’economia della condivisione fa sì che professionisti, consumatori e semplici cittadini condividano tempo, spazi, beni e conoscenze, rendendone massimo il valore e l’utilità sociale.

Da qui nascono anche nuovi stili di vita, con una vocazione al risparmio, alla ridistribuzione delle risorse e alla salvaguardia dell’ambiente. In una parola: sostenibilità. Nel frattempo, nel nostro linguaggio comune hanno fatto ingresso espressioni come “home sharing”, “car pooling”, “bike e car sharing”, “taxi peer to peer” e “social eating”. Esperienze capaci di condizionare le nostre abitudini di consumo e le sorti delle vecchie imprese, ma anche di far nascere nuove realtà imprenditoriali.

La sharing economy, di fatto, rappresenta un cambiamento di paradigma, perché si slega dai modelli classici di creazione del valore.

Ci sono almeno due forme. Nella prima non c’è transazione monetaria, si pensi al couchsurfing  o  banca del tempo, in cui persone mettono a disposizione il proprio tempo o risorse, per aiutarsi nelle piccole necessità quotidiane. Risponde alla crisi con un’economia alternativa, basata sulla fiducia “diffusa” più che sulla creazione di valore economico; non impatta sull’economia del singolo, ma ne migliora la qualità della vita. Bob Kennedy diceva che il Pil misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

La seconda forma, invece, comprende i modelli di creazione di valore economico (scambi monetari su larga scala) che si basano su risorse diffuse. Si tratta di piattaforme che connettono la domanda e l’offerta di beni e servizi in modi mai visti prima della diffusione di Internet. Uber, ad esempio, non possiede automobili; Airbnb, che fa da ponte tra i proprietari di appartamenti liberi e i turisti che cercano affitti brevi, non possiede alcun immobile. Alibaba non ha scorte in magazzino. La proprietà è nel software o nell’algoritmo, pensati per creare la miglior interfaccia possibile.

Rachel Botsman, esperta del settore e founder del Collaborative Lab, in un intervento su TED ha suddiviso gli esempi di consumo collaborativo in 3 gruppi. Il primo è quello dei mercati di ridistribuzione. (Esempio: Swaptree, un sito per barattare cose di ogni tipo). Un bene usato viene spostato da un luogo in cui non è necessario a un luogo in cui lo è (le cosiddette 5 R: ridurre, ri-usare, riciclare, riparare e redistribuire, allungando così il ciclo di vita di un prodotto e riducendo gli sprechi). L’economia circolare, infatti, è in grado di rigenerarsi da sola.

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Il secondo gruppo è quello degli stili di vita collaborativi. Comprende la comunione di risorse e di cose come il denaro, le competenze e il tempo, come ad esempio, Landshare che nel Regno Unito fa sì che un tale Mister Jones che ha dello spazio disponibile nel suo giardino condivida con la Signora Smith, una aspirante coltivatrice, il suo terreno ed insieme coltivino il cibo che mangiano (oppure esempi di coliving come Outside, Wework, cowork Talent Garden).

Il terzo gruppo è quello dei prodotti a noleggio. Privilegia l’accesso a un bene rispetto alla proprietà ed è efficace soprattutto per le cose che hanno durata limitata nel tempo. Botsman fa l’esempio del trapano elettrico. Chi lo acquista lo usa nell’arco della vita per circa 13 minuti. Ciò di cui ha bisogno una persona è semplicemente un buco. Con le nuove tecnologie si può chiedere in prestito qual- cosa o condividerla con altri (ad esempio, Peerby è un sito web per prendere in prestito oggetti di uso quotidiano dai propri vicini).

L’economia collaborativa ha fatto nascere anche nuove modalità di finanziamento che vengono dal basso.

Il crowdfunding, ad esempio, va da modelli in cui i cittadini privati possono finanziare nuove tecnologie o progetti creativi (ad esempio Kickstarter) a modelli piu avanzati in cui imprese finanziano altre imprese (è il caso di Credimi, startup tutta italiana). L’open knowledge, invece, permette a chiunque di utilizzare, riutilizzare e distribuire liberamente la conoscenza, sotto forma di contenuti, dati, codici o progetti. Questo principio è alla base della commons-based peer production (software libero, creative commons, open science ecc.) come pure delle pratiche di open education, open data e open governance.

Insomma, lo scambio può avvenire ancora con il vicino di casa (come un tempo) ma tramite piattaforme digitali che connetto- no anche persone distanti e sconosciute tra loro. Per facilitare la socializzazione, gli iscritti vengono incoraggiati a condividere informazioni su di sé e sui propri gusti ed interessi, oppure ad accedere al servizio usando direttamente i profili social. Airbnb ha iniziato a promuovere il senso di “community” tra i suoi hosts proprio attraverso i gruppi o meetups (“ritrovi”).

Ma di esempi di piattaforme che hanno avuto successo ce ne sono di ogni tipo:

Bla Bla car, il social network dei passaggi in auto, ha più di 45 milioni di utenti iscritti e più di 12 milioni di viaggiatori ogni trimestre e fa risparmiare circa 1.000.000 di tonnellate di CO2 e 500.000 tonnellate di carburante ogni anno.

I servizi vengono forniti dalla collettività e non più dalle aziende (crown-based), sono comunque pagati e non offerti a titolo gratuito. Non è quindi un’economia della condivisione in senso stretto, ma una nuova forma di capitalismo in cui le competenze del singolo non vengono più messe a disposizione della società per cui si lavora, ma dei portali online di cui ci si avvale.

Intanto anche nel nostro Paese la sharing economy disegna nuove realtà. Italian Stories ad esempio trasforma i laboratori artigianali italiani in mete turistiche. Sul sito è possibile prenotarsi per vivere tante storie ed esperienze affascinanti. Allo stesso tempo un artigiano potrà accogliere i turisti e far conoscere i propri lavori.

Traslochino invece è la prima piattaforma di sharing economy dedicata a traslochi, trasporti e sgomberi. L’idea è nata da tre studenti romani e mette in contatto chi ha bisogno di un trasloco con chi ha i mezzi ed il tempo per farlo: ovviamente, chi aiuta gli altri ci guadagna.

A Milano tre amici (Alessandro Vincenti, Vittorio Muratore e Gianluca Iorio) hanno appena lanciato una flotta di “motorini puliti”, si chiama MiMoto ed è il primo servizio di moto sharing totalmente elettrico, con prelievo e rilascio libero (come per car2go, il carsharing di smart).

In Italia, secondo i dati di Shareitaly, nel 2016 le piattaforme italiane di sharing economy (comprese quelle internazionali con sede in Italia) sono arrivate a quota 138 e 68 quelle di crowdfunding, per un totale di 206 e un giro d’affari stimato oltre i 3,5 miliardi. Rispetto alle 187 complessive del 2015, l’incremento è del 10%.

Ma la sharing economy, oltre ai buoni propositi, porta con sé aspetti controversi. L’economia della condivisione ad oggi ha ancora regole frammentarie o contraddittorie, sia sotto il profilo fiscale che su quello dei vincoli e dei diritti. L’urgenza di dettare linee guida sulla sharing economy è stata sottolineata anche dal Parlamento europeo il 15 giugno scorso, anche per non frenarne la crescita che risente delle diverse normative nazionali. Con la risoluzione (non legislativa), in sintesi, si chiede alla Ue di sostenere l’economia collaborativa sviluppatasi online e garantire la concorrenza leale, oltre al rispetto dei diritti dei lavoratori e degli obblighi scali.

Insomma la sharing economy è un’opportunità ambivalente: da una parte crea ridistribuzione delle ricchezze, dall’altra porta con sé il rischio di un accentramento di potere nelle mani di pochi, coloro i quali dettano le regole e muovono i flussi di denaro.

Photo by Anthony Ginsbrook on Unsplash
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