A riveder le stelle sotto un altro cielo

CRONACA DI UN DISASTRO ANNUNCIATO CHE PUÒ ESSERE FERMATO

Cristoforo Colombo scoprì l’America mentre cercava un passaggio a Ovest per le Indie e seguì la rotta guardando le stelle.

Oggi le stelle non si guardano più, si usa il GPS. Ma cosa succederebbe se un hacker russo spegnesse il GPS? Come navigherebbero le portaerei della US Navy?

Il problema ad Annapolis, sede dell’Accademia della Marina statunitense, se lo sono posto. E la soluzione, in fondo, è parsa semplice: tornare ad insegnare ai marinai la navigazione astronomica. Peccato sia passato così tanto tempo che non ci siano più uomini in grado di farlo.

Alessandro Rinaldi, 46 anni, siciliano, Capitano di Fregata della Marina Militare Italiana, è lui ad insegnare, oggi, ai cadetti di Annapolis a navigare, armati di sestante, guardando le stelle. Rinaldi viene dall’Accademia di Livorno, dove si formano i marinai italiani. Lì non si è mai smesso di insegnare a navigare alla maniera di Colombo, un aspetto che sembra il simbolo della tradizione di conservatorismo del mondo accademico nazionale.

I ricercatori, gli accademici, i manager, gli scienziati italiani, formatisi nell’università italiana, sono apprezzati in tutto il mondo. E non è il campanilismo o l’inutile eulogia da dedurre dal caso singolo, come quello del Capitano Rinaldi, chiamato ad insegnare un’arte che in America era perduta da vent’anni.

Il refrain dei cervelli in fuga, a guardarlo bene, è un Giano bifronte: da un lato mostra la mancanza di opportunità che il paese garantisce, ben oltre quel livello fisiologico di mobilità in uscita e in entrata che dovrebbe essere l’obiettivo del sistema; dall’altra mostra l’appetibilità dei nostri fisici, ingegneri, filologi. Grandi talenti che non sarebbero mai emersi se non fossero stati coltivati in questa società, in questo sistema. Succede allora che anche nell’era dell’elettronica, puntare sulla propria tradizione ripaghi, tanto da costringere l’US Navy a ripristinare una materia d’insegnamento, mandata in letargo due decenni fa.

L’università italiana è in grado di garantire una preparazione d’eccellenza al livello delle best practice internazionali. La mancanza di fondi, la mancanza di infrastruttura, i vincoli burocratici, di cui spesso ci si lamenta, possono essere abbattuti, anche in un tempo breve. Ma il deterioramento del capitale umano ha un ciclo di ricostituzione che, invece, non è breve. La mancanza di insegnanti all’interno della Marina americana ce lo mostra.

Affrontando le difficoltà di inserimento dei millennials nel mondo del lavoro, la necessità di una formazione continua, il ruolo fondamentale della specializzazione nel mondo che incontrerà robot e intelligenza artificiale, dobbiamo guardarci in faccia: diamo per scontato che la china intrapresa sia inarrestabile, che siano minate le fondamenta della nostra formula vincente.

Al contrario, invece, il vantaggio competitivo che un paese come l’Italia detiene è immutato, enorme. Tornare a dispiegarlo ed utilizzarlo, senza ingabbiarlo, senza ucciderlo, senza vanificarlo, è cosa impegnativa. Negarlo, invece, è un crimine.

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