I rischi generazionali del paradigma della modernità liquida

Una chiacchierata con Gabriele Giacomini, giovane filosofo e, attualmente, assessore all’innovazione e allo sviluppo economico di Udine. Autore del libro “Prima che sia  domani: padri, figli, un’alleanza per ripartire,”

 

 

Gabriele, sei divenuto assessore all’età di 26 anni, hai pubblicato il tuo primo libro, Psicodemocrazia, quando ne avevi 27 e il secondo a 29. In fondo sei un esempio di eccellenza in questa generazione liquida. Eppure ti senti dimetterci in guardia, rispetto all’applicazione di tale paradigma ai giovani in Italia. Innanzitutto, un chiarimento, cosa si intende per modernità liquida? E, soprattutto, quale processo storico ha determinato la modernità liquida così come la conosciamo in Italia?

 

La liquidità è il risultato di una manovra a tenaglia. Da sinistra il sessantotto, da destra il neoliberismo hanno promosso un “nuovo mondo” centrato sull’individualismo. Per il sessantotto i valori e le istituzioni tradizionali, con la loro rigida solidità, diventavano intollerabili: per fuggire da quel senso di soffocamento dato dall’ordine sociale e dal benessere materiale si fece largo la richiesta di potersi esprimere con maggiore libertà, avanzando una fortissima domanda di soggettività. L’Io diventa così metro di misura del mondo. Il neoliberismo, invece, ha promosso sul piano economico l’arretramento del pubblico e dei suoi vincoli: spazio alla libera imprenditoria in un contesto in cui, come diceva Thatcher, non esiste la società, esistono solo individui. Ecco che la modernità diventa liquida, secondo la felice intuizione di Bauman. I vincoli relazionali si allentano e gli individui diventano propriamente tali.

 

 

Qual è il rischio che vedi, nell’applicare tale metafora alla nostra generazione?

 

Nell’applicare questa metafora alla nostra generazione si rischia di dimenticare che la generazione dei nostri padri – in parti rilevanti – mantiene uno status ancora all’insegna della “solidità”. Abbagliati dalle “magnifiche sorti e progressive” si rischia di dimenticare l’iniquità. La liquidità è una forma di individualismo che non riguarda tutti nello stesso modo. Soprattutto in Italia vediamo rapportarsi due modalità di vita assai diverse e per molti aspetti contrapposte: pensioni retributive contro piani pensionistici integrativi, contratti a tempo indeterminato contro stage di sei mesi, radicamento nelle istituzioni politiche ed economiche contro precarietà ed emigrazione, partiti ed organizzazioni tradizionali contro movimenti di varia natura e social network. In estrema sintesi: solidità contro liquidità. Da una parte i padri, che conservano le sicurezze che sono riusciti a conservare dal mondo e dal tempo da cui provengono. Dall’altra parte i giovani: se la quintessenza della modernità che viviamo è la liquidità, allora i giovani ne sono la massima espressione. Per intenderci, il celebre articolo 18 è stato eliminato, ma solo per i nuovi assunti. Ritorna il problema dell’equità, della parità di trattamento.

 

 

Tu parli di  “recuperare gli aspetti positivi di un mondo solido in una modernità liquida”? E’ Possibile secondo te? E come?

 

Non so se sarà possibile, ma credo che ad un certo punto alcune “tutele collettive” capaci di limitare le incertezze (e i rischi) della liquidità potrebbero tornare di moda, potrebbero ridiventare un’esigenza storica. Seppur in forme nuove. Come rivelava qualche mese fa, in “splendida” solitudine, il Rapporto 2016 della Caritas su povertà ed esclusione sociale, il vecchio modello di povertà – che vedeva gli anziani tradizionalmente più indigenti – non è più valido. La povertà sta diventando di anno in anno sempre più giovane. Secondo il Rapporto Censis del 2016 gli attuali giovani hanno un reddito inferiore del 26,5% rispetto ai loro coetanei di 25 anni fa, mentre gli over 65 odierni hanno visto aumentare il loro reddito del 24,3%. Le disuguaglianze crescono, i giovani possono affrontarla stando più a lungo a casa con i genitori, o rinunciando a fare figli, ma potrebbe venire il momento in cui sentiranno necessario prendere una posizione anche politica, chiedere un “risarcimento” sul piano pubblico. Hirscham diceva che nella storia si è verificata una continua oscillazione fra chiusura nella dimensione privata e impegno pubblico.

 

 

Una nota di speranza: che elementi di positività vedi, in questa generazione liquida, e come puntare su questi e migliorare?

 

Le nuove generazioni non sono un blocco unico e uniforme, i giovani si dicono in molto modi. Da un lato alcune ricerche sostengono che i giovani credono poco alla democrazia e sono più propensi verso soluzioni politiche di tipo tecnico o autoritario, e questo è preoccupante. Dall’altro lato, sono mediamente più istruiti delle generazioni precedenti, sanno che sviluppo e progresso non sono sempre sinonimi, in genere accettano più facilmente la diversità di stili di vita e sono per il pluralismo dei comportamenti. Viaggiano, stanno cercando di superare il modello di produzione fordista con l’economia della conoscenza, conciliando lavoro e passione, quindi anche vita lavorativa e vita privata. Il futuro è aperto.



 

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