Il posto fisso. Ha ancora senso parlarne?

Il posto fisso appare una chimera, desiderato quanto inafferrabile rimane per alcuni ancora un obiettivo. Ma siamo sicuri che abbia ancora senso parlare di posto fisso?

“Ferma lì, non muoverti, resta al tuo posto. Al tuo posto fisso!”. Sono queste le parole che Alice sente ripetersi da quel maledetto giorno in cui ha vinto il concorso come ricercatore e firmato un contratto a tempo indeterminato. Sì avete capito bene. Uno di quei contratti su cui dopo la voce “dal…” non c’è nient’altro, non c’è scritto “fino al…”, ma solo “data” e “firma”.

“Lei firma signorina?” – con tono perentorio la segretaria di amministrazione. E Alice – che impugna una di quelle Bic nere con anima d’inchiostro a vista: “Sì sì, firmo”.

La sicurezza in quel gesto è durata solo il tempo necessario alla scrittura del suo nome. Dalla settimana successiva, sarebbe stata vita: vita vera. Perché la condizione di chi cerca un lavoro, per quanto frustrante, alienante, spesso massacrante, porta con sé un brivido di eccitazione per le infinite possibilità di vita che essa nasconde. Per le centinaia di vite differenti che, a seconda di che posizione, e spesso (nell’era globale) di che Paese si scelga, ci troveremmo (potenzialmente) a sperimentare.

Al lavoro “per la vita”, Alice, non ci aveva mai davvero pensato, al contrario. Ha seguito la sua passione, la ricerca, in barba a quanti le dicevano “La ricerca? Ma sei pazza? Ti condanni a un futuro di precarietà”.

La verità, si è trovata a pensare, è che se esiste un momento storico in cui seguire le proprie passioni abbia un senso, è proprio questo, dove nulla è più certo. Dove anche chi studia giurisprudenza, o medicina, con ogni probabilità si troverà ad essere precario. Allora tanto vale scegliere ciò che amiamo, no?

Fatto sta che, superate brillantemente le varie tappe: dalla laurea in Scienze Biologiche a Roma, una borsa di Studio all’Università di Madrid, vincitrice di alcuni bandi e di un premio in campo scientifico, fino al concorso, il tanto ambìto quanto improbabile posto fisso è divenuto realtà. Adesso, appunto, era vita, la sua; e non una possibilità di vita tra le tante più o meno disponibili. Il mantra “devo prima stabilizzarmi lavorativamente” lasciava ora spazio a tutto ciò che sarebbe venuto dopo.

A volte le storie, quella di Alice, per esempio, valgono più di dati e percentuali. Servono a ricordare che nonostante il 40% di disoccupazione giovanile, nessun obbiettivo è davvero irraggiungibile, e che determinazione e competenza, seppur sul lungo periodo, premiano. Servono anche a raccontare che dietro la precarietà dell’attuale mondo del lavoro si nascondono infinite possibilità. Mai come oggi, grazie all’ausilio del digitale, i giovani hanno fatto impresa, dalle start-up alle PMI innovative, molte falliscono prima ancora di nascere, altre ce la fanno. È questa flessibilità, anche di fronte al fallimento che alla lunga si trasforma in un valore aggiunto. L’evoluzione del mondo del lavoro procede a velocità incontrollabile, un terreno accidentato pieno di imprevisti dove solo chi è dotato di sospensioni flessibili, rodate da precedenti esperienze, è grado di reinventarsi, scorgere nuove opportunità prima di altri. Mai come oggi i ragazzi che hanno qualcosa da dire possono trovare un canale per esprimersi senza intermediazione, e in certi casi riuscire. Ha ancora senso, allora, parlare di posto fisso?

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