Ma i permessi ce li avete?

CoContest e le sabbie mobili dell’innovazione all’italiana

L’Italia punta sulle startup. Nel paese dove i disoccupati under 35 sono il 40,1% e dove i giovani sono esortati ad “inventarsi il lavoro”, la volontà dei governi di aumentare la competitività e tamponare lo spreco di cervelli ha partorito diverse iniziative, fra cui il pacchetto” industria 4.0” del DPEF 2016. Ma a volte chi raccoglie la sfida si trova ad affrontare anche l’ira di politica e associazioni di categoria. Accade a CoContest, una piattaforma web che mette in contatto diretto l’utente in cerca un’idea di ristrutturazione edilizia con architetti di tutto il mondo. La novità del progetto sta in un’idea semplice: applicare al privato il metodo della gara pubblica. Si caricano richieste e planimetrie sul portale e si sceglie in un pool internazionale di proposte, ottimizzando tempi e costi. E bypassando i canali classici della committenza.

Se ci attaccano è anche per paura della concorrenza spiega Alessandro Rossi, cofondatore con Federico e Filippo Schiano di Pepe (quest’ultimo sospeso dall’Ordine degli Architetti proprio a causa della vicenda) Il crowdosurcing offre ai provider di servizi la possibilità di raggiungere più clienti e di gestiri in totale autonomia, altro che schiavitù. Questo agli studi di architettura non piace perché sottrae loro forza lavoro a basso costo. Il giovane che entra in uno studio spesso lavora solo alla parte operativa, senza mai spostarsi sulla fase creativa dei progetti. E il suo lavoro richiede skills, come l’uso di AutoCAD, che spesso mancano ad architetti “più grandi”. Riportando l’idea progettuale al centro del rapporto architetto-cliente in un’ottica meritocratica, CoContest gli permette di convogliare le sue idee in contest che gli interessano. Guadagnando.

Ma c’è anche un nodo culturale: L’Italia è tradizionalista, non riusciamo a slegarci da una concezione del lavoro di tipo datore-dipendente. C’è l’idea paternalistica per cui fuori dagli schemi ordinari del posto fisso e del sindacato non ci sia tutela possibile. Argomenti che per l’architettura italiana, in crisi strutturale di sovraofferta (dati ACE parlano di 2,6 architetti per 1000 abitanti) e redditi in calo dal 2010, non reggono: il sistema così com’è non tiene, con o senza di noi.

Insomma, si vuole innovazione ma senza i cambiamenti sociali che ne derivano. Prendi la legge sull’Home Restaurant o sulla Sharing Economy. Porre tetti a fatturati e numero di erogazioni significa impedire deliberatamente l’uso di app di crowdsourcing per scopi professionali e limitarle all’uso amatorale. Stranamente succede solo quando protesta qualcuno. Ma anche perché si fatica a vedere queste realtà come fonti di lavoro.

Intanto CoContest vola a San Francisco, dove si respira un clima più dinamico: Gli USA investono in progetti realmente innovativi perché lo scopo non è quello di entrare in un mercato ma di crearne di nuovi e diventarne leader. In Italia l’innovazione, quella vera, è percepita come rischiosa, quindi si investe in modelli di business già visti, rassicuranti, come l’e-commerce di beni. I pochi fondi italiani sono piccoli e diretti da ex dirigenti bancari o assicurativi, di certo non famosi per la propensione al rischio. Servirebbero interventi in questo senso. Ma prima di tutto, serve un cambio di mentalità.

Condividi su:
<
>