Perché l’Italia, nello sforzo per riportare l’uomo al centro, può avere un ruolo fondamentale.

L’uomo è la macchina più longeva che ci sia. E’ un dato di fatto.

Un computer, anche il migliore, dopo cinque anni circa comincia a dare segni di cedimento. Un essere umano oggi vive in media più di settant’anni, media che va oltre gli ottanta nei paesi più sviluppati, e aumentano i casi di persone che superano i cento anni.

E tale media continua a crescere.

Si fa un gran parlare di intelligenza artificiale, con annessa la paura (affatto moderna, da sempre va di pari passo con lo sviluppo della tecnica, e affatto ingiustificata, per questo è necessario a mio avviso che vi siano dei limiti chiari e definiti) che si giunga a perdere il controllo delle macchine, fino ad esserne sopraffatti. Quella dei robot che ci controllano è una suggestione che fa parte dell’immaginario da oltre un secolo, oggi in voga più che mai a causa della rapidità dei progressi nel settore dell’a.i. Tuttavia, se non vi è dubbio rispetto all’ ‘artificiale’, sull’intelligenza vi sono alcune considerazioni da fare, che in qualche misura rimettono al centro l’uomo.

La prima, è che i famosi algoritmi che derivano dall’aggregazione dei dati, altro non sono che l’insieme delle informazioni che noi stessi gli forniamo. Essi, quindi, sono di fatto un moltiplicatore del sapere e delle preferenze che noi esprimiamo. La seconda, appunto, è che noi, allo stato attuale, nasciamo prima delle macchine e gli sopravviviamo.

Non siamo sostituibili. Siamo individui unici. E la nostra unicità, creatività e quello che siamo in grado di fare, acquista ancora più valore in quest’ottica.

Nell’epoca della omogeneizzazione globalizzata a tutti i costi, acquistano sempre più rilevanza le specificità locali. Non è un segreto che la globalizzazione porti con sé due spinte opposte, una verso l’omologazione e l’altra verso un sempre maggiore localismo. Localismo che fa leva sulla specificità di ciascun popolo, e sulla sua capacità di creare, o in termini generali, sul suo “saper fare”.

E l’Italia è un paese che, nella sua miriade di conclamati difetti, sa fare; e sa fare bene. Non a caso il Made in Italy è, in se stesso, un brand riconosciuto in tutto il mondo, garanzia di qualità, imprenditorialità e creatività. Non a caso non esiste un “French” o un “German sounding”, ma esiste un “Italian sounding” a sancire la contraffazione e strumentalizzazione del brand Italia legata ad alcuni prodotti per fini economici. Ma non è della percezione estera del brand Italia (tema cui peraltro abbiamo dedicato un’ intera uscita della rivista lo scorso anno), che si parla in questo numero; bensì della percezione che noi stessi abbiamo del saper fare in Italia.

Siamo realmente consapevoli dei nostri asset? Sosteniamo l’imprenditorialità, valorizziamo l’artigianato, esiste un’adeguata formazione nel campo dell’imprenditoria e dei mestieri artigianali? In che modo la digitalizzazione e lo sviluppo tecnologico possono fare da volano, e non da freno, alla capacità italiana di creare prodotti di qualità?

Dallo “stato dell’arte” dell’artigianato in Italia, al lato oscuro del Made in Italy, alla manifattura 4.0, alle innovazioni portate dalle nuove tecnologie nei settori tradizionali delle tre “F”, al divario tra formazione e competenze richieste dal mercato del lavoro, alla necessità di una rivalutazione socio-culturale dei mestieri e del saper fare, a fronte di quell’ossessione per il pezzo di carta che, in diversi casi, ha prodotto e continua a produrre schiere di disoccupati. Non è un segreto che finire giurisprudenza a pieni voti oggi, non garantisce una sfolgorante carriera da avvocato, lo stesso vale per medicina ed ingegneria; in quest’ottica, quindi, forse è questo il momento storico migliore per seguire le proprie passioni, se fatto in modo intelligente.

L’Italia è il paese dell’arte, della bellezza, della creatività, delle piccole e medie imprese, dell’artigianato. E’ anche il Paese dove i maggiori difetti: l’estrema farraginosità della burocrazia, la corruzione endemica (che poi endemica non è, e guai a considerarla tale, che altrimenti ci dichiariamo sconfitti in partenza prima ancora di provare ad estirparla) e la scarsa trasparenza hanno dato vita ad un popolo estremamente flessibile e capace nel districarsi e nel trovare strade alternative (nel bene e nel male).

Flessibilità e creatività sono caratteristiche che una macchina non può avere. In questo sforzo per rimettere al centro l’uomo, potremmo avere un ruolo cruciale. E noi siamo una delle popolazioni più longeve al mondo. Non ce lo dimentichiamo.

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