Per i giovani tunisini è sempre primavera

A SEI ANNI DALLA CACCIATA DI BEN ALI, IN TUNISIA BRUCIA ANCORA LO SCONTENTO.

Sono passati sei anni ma le rivoluzioni arabe, che in Occidente sono conosciute come “primavere” (termine che in loco viene rigettato perché culturalmente non proprio), hanno lasciato, comunque sia, il segno, nonostante il processo di trasformazione della sponda africana del Mediterraneo non possa essere considerato concluso, soprattutto alla luce delle complessità dei Paesi dove sono avvenute le defenestrazioni dei rais.

L’ha evidenziato anche l’Onu. Il Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite, nel suo ultimo “Rapporto sullo sviluppo umano nel mondo arabo”, ha dedicato pagine importanti sulle condizioni dei giovani in Nord Africa e Medio Oriente, ipotizzando una nuova ondata di sollevazioni popolari, come quelle del 2011: il 60% della popolazione dell’area ha meno di 30 anni, “è istruita, attiva e connessa”, perciò, “più consapevole di quanto le sue capacità e i suoi diritti collidano con una realtà che li marginalizza”.

Si contraddistingue ancora la Tunisia, che fu il centro dal quale si diradò la rivolta, dopo la clamorosa protesta di Mohamed Bouazizi, e che oggi rappresenta la base di un esperimento epocale. Non è solo una questione di flussi migratori ma anche di investimenti e sicurezze: l’Unione Europea ha elargito un prestito di 500 milioni di euro, mentre il Fondo Monetario Internazionale ha promesso 2,8 miliardi di dollari. Il Paese nordafricano è, dal 2008, nella zona di libero scambio con l’Ue.

Le diplomazie europee vorrebbero “la Tunisia come modello”. Anche se la contraddizioni nel Paese non mancano secondo Gabriele Proglio, assistant professor all’Université El Manar di Tunisi: «Nonostante i Nobel per la Pace e i tentativi di normalizzazione, che passano anche dalle retoriche dello sviluppo e dalle eloquenze contro l’islamismo, la realtà è tutt’altro che pacificata. La situazione è incandescente, ancora di più che nel 2011».

I numeri sul tavolo, per i giovani tunisini, che vantano in media un livello di istruzione elevato, sono drammatici: la disoccupazione è oltre il 15% e quella giovanile è al 30% (dati infomercatiesteri.it). Anche ciò spinge molti a prendere la strada del mar Mediterraneo, nel tentativo di raggiungere l’Europa per cercare un riscatto non ancora trovato.

Debora Del Pistoia, responsabile per la Tunisia dell’Ong Cospe, descrive così la gioventù cresciuta con la rivoluzione: «È una generazione nuova, che rivendica un’identità legata al conflitto generazionale. Vuole rompere con il passato, si ribella ai padri, ritenuti colpevoli di essersi piegati al regime di Ben Ali, di aver vissuto nell’attendismo, senza ribellarsi. Il prezzo di ciò viene pagato ancora oggi, perché non è cambiata la situazione dei giovani: sei anni dopo tutto l’apparato poliziesco e l’ossatura dell’ancien régime è ancora al potere».

Impera quindi il dilemma che arrovella tanti ragazzi: “meglio scappare via o restare in Tunisia?” In casa o in trasferta, nel frattempo, si prepara il secondo tempo della rivoluzione.

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