Il paradosso ambientale cinese che risiede ad occidente

E’ il più grande produttore al mondo di emissioni nocive, ma anche quello in cui decrescono più rapidamente. E’ il paese che più investe sia in fonti fossili sia in energie rinnovabili. A Pechino è quasi impossibile trovare un motorino non elettrico, ma buona parte dell’elettricità è prodotta dal carbone.

Forse l’unico paradosso difficilmente riscontrabile dalle politiche ambientali in Cina è un altro, quello tragicamente vissuto in occidente: non è semplice infatti imbattersi in autorità cinesi che affermino che il cambiamento climatico non esista, o che l’inquinamento non sia uno dei principali pericoli moderni.

Questo perché in Cina si evince immediatamente, dal primo sguardo sbarcando dall’aereo, che l’inquinamento colpisce tutti: dal povero al ricco, dal debole al potente. Il cambiamento climatico nella regione dello Hebei, la quale circonda Pechino, è così evidente che gli scienziati parlano di un periodo che ricorda l’inverno nucleare, in cui le piante smettono di fare la fotosintesi, come dopo un esplosione atomica.

Qui l’inquinamento causa la morte prematura di circa un milione di persone, distrugge 20 milioni di tonnellate di raccolti e costa allo stato 35 miliardi di euro all’anno. Inoltre, i dati sulla tossicità di terra e acqua sono segreti di stato, e quelli dell’aria sono stati più volte oggetto di contesa tra Pechino e l’Ambasciata Americana.

Non solo, l’urbanizzazione e la costruzione di impianti idroelettrici “sostenibili” sta distruggendo interi ecosistemi in Cina e in Africa, mentre il rigore delle direttive governative sta generando scompensi allarmanti: da un lato droga il mercato con incentivi che in numerosi casi non portano i benefici sperati o si dissipano nei meandri della burocrazia, dall’altra richiede cambiamenti talmente rapidi che le fasce più deboli dell’economia non sempre riescono a sostenere.

Queste azioni hanno infatti portato il paese ad aumentare la concentrazione di particelle inquinanti PM2.5 nei primi mesi del 2019, gettando dubbi sul successo delle politiche ambientali nonostante i grandi sforzi domestici. Al contrario, tuttavia, I mandarini hanno raggiunto in anticipo di tre anni gli obbiettivi di riduzione delle emissioni concordati dalla Conferenza di Parigi, mentre ad occidente, gli americani non solo non li hanno raggiunti, sono persino usciti dall’accordo e hanno aumentato le emissioni dopo anni di declino.

La concentrazione di PM 2.5 a Pechino e nello Hebei è si è ridotta del 25% nel 2017 e secondo l’OMS tra il 2013 e il 2016 le particelle inquinanti presenti in 62 città cinesi sono calate di un terzo. Non si può dire lo stesso per diverse città europee o nostrane. L’inquinamento di Londra tra il 2010 e il 2016 è peggiorato, la Germania e la Francia sono state processate dalla Corte europea per aver superato i limiti di Bruxelles, mentre Roma, Milano e Torino hanno accresciuto le quantità di NO2 o PM10 negli ultimi due anni.

La Cina ha numerosi problemi nell’affrontare uno sviluppo industriale forsennato, che rappresenta forse il più grande, impattante e rapido mai testimoniato dalla storia umana, e nonostante la propaganda sul Nuovo Sogno Cinese, è difficile affermare che concetti come “Civilizzazione Ecologica” non siano presi seriamente dalla leadership e dal paese. Il Presidente Xi ha più volte dichiarato che “acque chiare e montagne verdi valgono quanto montagne d’oro e d’argento”, mentre Trump ha affermato che il cambiamento climatico è un “mito cinese” e Salvini, leader del primo partito italiano, che il freddo invernale è la prova che esso non esista.

Il vero paradosso dunque, non è che la Cina abbia difficoltà nel porre limiti ad uno sviluppo iniziato 40 anni fa, ma che i paesi che hanno causato gran parte dell’inquinamento globale nell’ultimo secolo, non abbiamo ancora imparato la lezione, facciano finta di niente o si trovino a compiere sforzi minori di stati in via di sviluppo.

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