OrtiAlti, l’innovazione ecosostenibile sale sul tetto

La start up che riqualifica, coltivando verdure ed ortaggi, la periferia. Reportage sul tetto de “Le Fonderie Ozanam” di Torino

In una metropoli con una storia bimillenaria come Torino lo stile che viene spesso assunto, quanto mai nel “fare impresa”, è influenzato anche dalla caratura del passato della città: ripartendo dalla riscoperta dello ieri, proiettandosi verso l’innovazione di domani. Ciò vale anche per una modernissima start up come “OrtiAlti”. L’hanno fondata due architetti: Elena Carmagnani ed Emanuela Saporito, coniugando il recupero di un’arte antica, quella del lavoro della terra, con un’idea innovativa, innanzitutto per la sua collocazione: sui tetti degli edifici.

Non è un caso se “OrtiAlti”, nata nel 2010 sopra un atelier di architettura, cioè appunto sul tetto, abbia deciso di iniziare il suo progetto pilota nel quartiere Borgo Vittoria, in una grande ex zona industriale della Torino fordista, costruita attorno allo storytelling di “mamma Fiat”. La start up ha installato un orto sul tetto de “Le Fonderie Ozanam”, in via Foligno 14. La struttura fino agli anni ’70 è stata un opificio, poi è diventata un dormitorio ed infine, oggi, è stata trasformata in un ristorante gestito dalla cooperativa sociale “Meeting service”, che si occupa del reinserimento di persone in difficoltà. Da qui la valenza sociale, innovatrice e rigeneratrice, di “OrtiAlti”: «A ‘Le Fonderie’ di Torino si vedono tutti gli elementi del nostro progetto, il contesto degradato e gli attori sociali protagonisti. Questo luogo è la sintesi del nostro modello di azione» sottolinea Emanuela  Saporito.

L’orto è stato costruito grazie alla tecnologia del verde pensile, con l’utilizzo di materiali tessili e plastici che rendono le coperture degli edifici impermeabili. Per raggiungerlo bisogna necessariamente salire sul tetto. La prospettiva di sostenibilità del progetto va dal campo alimentare (verdura e ortaggi a chilometro zero) a quello ambientale (qualità dell’aria e inverdimento dello spazio), fino a quello economico (valore dell’immobile e risparmio energetico). Il valore aggiunto è però l’aspetto sociale del progetto: “OrtiAlti” non è solo rigenerazione urbana, trova compiutezza nello scambio fra persone di saperi, esperienze e culture.

La start up, in un contesto già avviato come quello de “Le Fonderie”, si è inserita «come elemento disturbante in un luogo per di più molto chiuso», spiega Saporito, integrandosi ed agendo da scossa: ora il raccolto dell’orto finisce direttamente nella cucina del ristorante. È stato installato un apiario, grazie al quale viene prodotto e poi venduto il miele e l’ostello è diventato un Centro di accoglienza straordinario per migranti. Secondo la co-fondatrice di “OrtiAlti” non c’era posto migliore dove sperimentare il progetto.

«Questa è innovazione sociale. Risponde a dei bisogni collettivi in modo inedito. La cooperativa ha sempre lavorato in modo molto standardizzato, adesso non solo ha aggiunto nuovi servizi ma si sta anche rinnovando nel suo impianto imprenditoriale» racconta l’architetto Saporito. “Le Fonderie” sono state, inoltre, scelte dal progetto “Co-City” come uno degli spazi considerati dal Comune come beni condivisi da trasformare, finalità per la quale tutte le associazioni operative nella struttura stanno lavorando ad una proposta di riqualificazione, il che «è un cambio abbastanza radicale rispetto al passato, quando ognuno pensava solo al proprio spazio».

Anche se «nel Comune di Torino – denuncia Emanuela Saporito – l’interazione fra il settore dell’innovazione sociale e l’amministrazione ordinaria non c’è, o è molto limitata, ed in pochi casi la prima riesce ad intaccare la cultura mainstream dell’ente», “OrtiAlti” è riuscito a diventare un modello, che non ha ancora imitazioni altrove (qualcosa di simile è più facile trovarlo all’estero: a Parigi o Rotterdam) e sta investendo sugli orti di periferia, ma anche in quelli più vicini al centro, ad esempio in “Or-To”, allestito con “Eataly” nel celebre quartiere del Lingotto.

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