Orizzonte driverless, vicini o lontani?

Il 2020 avrebbe dovuto essere l’anno della guida autonoma, ma la realtà racconta una storia ben diversa.

Guida autonoma ed elettrificazione. Il futuro dei trasporti è già stato delineato da tempo. Si sa come sarà e quali conseguenze avrà. Si conoscono le sue ripercussioni (stavolta positive) su clima e ambiente, si producono teorie sui nuovi stili di vita e sulle nuove abitudini dei cittadini. L’unica domanda rimasta a cui rispondere è però la più difficile: “Quando arriverà questo futuro?”.

Il 2020 avrebbe dovuto essere l’anno della guida autonoma di livello 4 e 5 della tabella Sae. Il che vuol dire che, secondo le previsioni, oggi dovremmo andare in giro – restrizioni Covid-19 permettendo – a bordo di veicoli totalmente indipendenti, privi di volante e pedali, capaci di affrontare qualsiasi percorso e qualsiasi condizione ambientale esattamente come farebbe un essere umano. Diesel e benzina dovrebbero essere considerati preistoria, dato che le auto elettriche dovrebbero ormai essere accessibili a tutte le tasche. 

La realtà però racconta una storia ben diversa, fatta di intoppi e incidenti, di regole farraginose, di investimenti a singhiozzo, di scadenze temporali sempre più dilatate. Le auto continuiamo a guidarle noi, magari con l’ausilio di sistemi di gestione che ci aiutano a mantenere la corsia, a controllare la velocità o a parcheggiare (livello 2 della scala Sae), ma di robot che sostituiscono totalmente il conducente non c’è nemmeno l’ombra, a meno che non si prendano in considerazione prototipi ancora ben lontani dall’approdare sul mercato. L’orizzonte driverless si è spostato in avanti e, secondo le stime, per arrivare ad un livello di automazione completa dovremo attendere almeno un decennio. 

Il futuro sembra invece un po’ più vicino se si guarda all’elettrificazione, anche se per l’addio definitivo al motore a scoppio dovremmo aspettare ancora qualche anno. Tre le cause principali dell’attesa: in primis le vendite delle auto elettriche sono ancora limitate e variano da Paese a Paese (l’Italia, neanche a dirlo, è parecchio indietro). Bisogna poi tener conto del fatto che i costi di produzione delle batterie rimangono alti e di conseguenza il prezzo – elevato, anche se in discesa – dei veicoli elettrici sul mercato non consente ancora la loro diffusione di massa. Infine, nodo fondamentale sono le infrastrutture: per far sì che l’elettrico prenda piede, occorrono investimenti cospicui sui punti di ricarica e sulla rete elettrica in generale necessari per garantire a chiunque e ovunque la possibilità di ricaricare la propria auto con comodità e velocità.

A dispetto di questi problemi, le prospettive sono incoraggianti: nei primi sei mesi del 2020 le auto elettriche hanno registrato vendite record spinte dai nuovi standard sulle emissioni e dagli incentivi varati dai Governi. La quota di mercato è salita dal 3 all’8% del montante complessivo di vetture vendute e, secondo le previsioni di Transport & Environment, arriverà al 10% entro fine anno e al 15% entro il 2021. Un successo che arriva, paradossalmente, nell’anno più difficile della storia dell’automotive, messo in ginocchio dalla pandemia di Covid-19. 

In questo contesto, a livello societario, le singole case continuano ad investire e a scommettere sul futuro. E c’è chi questa scommessa, almeno in Borsa, sembra averla già vinta. Quando si parla di nuove frontiere dell’auto, a tutti – indistintamente – viene in mente un solo nome: Tesla. La società californiana è riuscita a costruire in pochi anni un’identità, una promessa. E non importa quanto questa promessa sia stata realmente mantenuta, perché l’equazione “elettrico=Tesla” continua a non avere rivali. A dimostrarlo ci sono prestazioni borsistiche da record: da inizio anno il titolo ha guadagnato più del 900% del suo valore. In dieci anni siamo oltre +5.000%. Performance grazie alle quali il gioiello di Elon Musk è diventato la casa automobilistica con la più alta capitalizzazione di mercato al mondo nonostante produca e venda ogni anno molti meno veicoli di tutte le altre. 

Singolare è anche l’atteggiamento che molti investitori hanno nei confronti di Tesla. Nessuna via di mezzo: c’è chi crede ciecamente che, nonostante fondamentali spesso ballerini, la società sia destinata a diventare la stella più luminosa del panorama automobilistico mondiale e chi parla di una bolla finanziaria pronta ad esplodere. David Trainer, Ceo di New Construct, in un’intervista alla CNBC, descrive così la società: “Pensiamo che sia un grande – forse il più grande della storia – castello di carte pronto a crollare”. Ron Baron, numero uno di Baron Capital, prevede invece che nel corso del decennio, Tesla macinerà “vendite per almeno mille miliardi di dollari”. In un contesto fatto di analisti e investitori pronti a sostenere opinioni opposte, il giudizio sulla società di Elon Musk è destinato a rimanere in sospeso, ma una cosa, a prescindere dal dibattito, al creatore di PayPal e Space X va riconosciuta: senza la sua società l’orizzonte elettrico sarebbe molto più lontano.

Un’accelerazione alla transizione elettrica negli ultimi anni è arrivata anche per merito di un’altra società, definita da molti “la sorella minore di Tesla”, sulla quale però negli ultimi mesi è sorto qualche dubbio. Parliamo di Nikola Motor Company e dei suoi prototipi di camion a idrogeno arrivati nel 2017 (Nikola One e Two) e nel 2018 (Nikola Tre).

Nel 2020 la svolta vera. In pochi mesi Nikola ha chiuso tre operazioni che le hanno permesso di fare il salto di qualità. A marzo ha annunciato la fusione con VectoiQ, grazie alla quale è riuscita a sbarcare in Borsa, raddoppiando in pochi giorni il valore delle sue azioni. A giugno Exor (tramite Cnh) ha acquisito una partecipazione del 6,7%, mentre a settembre General Motors ha deciso di puntare su Nikola comprando l’11% del capitale. 

Fino a poche settimane fa, l’ascesa di Nikola sembrava inarrestabile. Poi, come un fulmine a ciel sereno è arrivata l’accusa di frode da parte della Hindenburg Research, specializzata in report di aziende quotate, che ha costretto il ceo della società, Trevor Milton, alle dimissioni e ha spinto la Sec e il Dipartimento di Giustizia ad aprire un’indagine. Secondo il rapporto, Milton avrebbe diffuso informazioni fuorvianti ed “esagerate” sullo stato delle tecnologie aziendali. Da astro nascente del mercato elettrico, Nikola si è trasformata in possibile bolla. Per difendersi dovrà ora dimostrare che il sogno elettrico su cui sorge ha radici solide e ben radicate in una realtà che va affrontata non solo con le idee geniali, ma anche con i bilanci, la produttività e gli investimenti. 

Condividi su:
TAG: