Nuovomondo, la Vera Identità del Cinema Italiano

Quando il fuoco incrociato di giornalismo e politica si interrompe, inizia Fuocoammare. E facendosi largo tra entusiasti e detrattori, Gianfranco Rosi ha preso posto, col suo documentario, al Dolby Theatre di Los Angeles per gli Academy Awards. Nessun altro Paese come l’Italia è stato al contempo terra di emigrazione ed immigrazione. Nessun Paese come il nostro ha prestato attenzione al tema dei flussi migratori, giocando con i vari generi cinematografici dal documentaristico al comico, mantenendo nel contempo un tono intimo e rispettoso.

Nell’arco di poco più di un decennio, siamo passati dal fare cinema di emigrazione, con Rocco di Visconti o Vesna di Mazzacurati, a un cinema di immigrazione. Da Io sto con la sposa, un viaggio di disobbedienza civile fatto da palestinesi e siriani verso la Svezia, a Scontri di civiltà per un ascensore in Piazza Vittorio, con le storie di ordinaria follia in un condominio di Piazza Vittorio, fino a La giusta distanzaun noir che rivela le difficoltà (del pubblico) nell’essere oggettivi nei confronti di chi prova ad integrarsi.

 

Era il 2008, quando Emanuele Crialese stupì la Mostra del Cinema Venezia con Nuovomondo, la storia del difficile rapporto tra la terra d’origine e quella promessa, con l’immagine degli italiani di allora nelle stive della nave diretta in America. Quasi dieci anni dopo, lo stesso Festival ha accolto positivamente un film che racconta le condizioni disumane dei migranti che giungono in Italia. Andrea Segre, nel L’ordine delle cose, affronta il tema, oggi quanto mai attuale, del traffico dei migranti dalla Libia, dal punto di vista del paese d’accoglienza, mettendo al centro della storia un dirigente del Ministero degli Interni italiano, impegnato a contrastare l’immigrazione irregolare della Libia post Gheddafi. Lo sguardo non è quello dei migranti, quindi, come accade per la maggior parte dei film su questo tema, ma il nostro. “Non è un film sui migranti” sottolinea Segre, “ma su di noi”.

 

Il dirigente italiano al servizio dell’Europa si troverà infatti a dover affrontare una scelta: proseguire dritto il suo cammino verso una soluzione lenta, ma uguale per tutti, oppure usare il suo potere per salvare subito una singola persona, bloccata nelle galere libiche e in balia del traffico di esseri umani. Un film “partecipato” in quanto sono stati gli stessi migranti di origine africana, le comparse del film, a suggerire al regista come realizzare la scena in modo credibile.

 

Il cinema di Segre mostra come il gioco non si regga su posizioni monolitiche e su facili contrapposizioni tra buoni a cattivi, vittime e carnefici. E come la questione migratoria non sia soltanto il risultato di processi geopolitici ed economici, ma abbia al suo origine scelte intime e profonde che non sempre allo sguardo esterno è possibile vedere.  L’ordine delle cose mostra non soltanto il conflitto interno di chi sceglie di lasciare tutto e ricominciare, ma anche di coloro che si trovano a dover gestire i flussi all’arrivo, rifuggendo facili dicotomie tra buoni e cattivi, e restituendoci l’umanità in tutta la sua complessità.

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