Neo genitori al voto

La crisi, iniziata nel 2008, continua a debilitare il tessuto economico e sociale del Paese, delegando a “tempi migliori” la prospettiva di un figlio. Nonostante ciò, una fetta di popolazione sceglie di trasformare la vita a due in una formula a tre. Giulio e Leticia, di base a Siracusa, raccontano come l’arrivo di Fernanda abbia stravolto la loro vita: «In positivo, si intende!. Se da un lato un figlio scompagina la dimensione spazio temporale; dall’altro scopri dentro di te una forza inaspettata.» Alessandra, bolzanina acquisita, mi assicura che abitare in una città diversa da quella di origine complica la gestione di sua figlia Arianna, non potendo contare sui parenti o sul supporto di strutture educative (se non private) a cui affidarla in orari compatibili con l’ufficio. Per Alberto e Claudia, entrambi lavoratori a Roma, l’aiuto dei nonni per il loro Ludovico è fondamentale ma, sottolineano, «I nipoti devono essere un piacere e non un lavoro».

Da nord a sud, le voci rivelano l’assenza dello Stato nel sostenere la genitorialità. Nessuno degli interpellati ricorda di avere letto nei programmi elettorali, al di là di bonus economici, la rimodulazione di una struttura sociale mirata a ragionare concretamente sui ritmi professionali imposti dalla società odierna, su misure in grado di livellare l’asimmetria nei ruoli uomo-donna. Nessuno delle voci riprese si è dichiarata a favore dell’assistenzialismo/parassitismo, proposto da alcune parti politiche. Per tali ragioni, il 4 marzo, ciascuno di essi si è recato alle urne con una necessità di presente, cioè di svolgere le proprie mansioni di lavoratore/trice prima; di genitore, conseguentemente. C’è un altro aspetto che ha mosso il voto di Alberto: la speranza che suo figlio possa crescere in un Paese che crede ancora nell’Europa unita.

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