Lontano Dagli Occhi, Lontano Dal Cuore

“In Libia e ci siamo regalati un’illusione di tranquillità mettendo un tappo ai flussi. E non è neppure un tappo stagno.”

 

L’egoismo degli Stati europei, la difficoltà della stabilizzazione in Libia e in Siria, la questione umanitaria, e la miopia di politiche elettorali che non tengono conto delle conseguenze di lungo periodo. Una chiacchierata con l’ex Ministra degli Esteri Emma Bonino.

 

Per la Bonino ho sempre avuto un debole, chi mi segue lo sa. E come in ogni grande ‘amore’, ci sono elementi razionali ed elementi irrazionali. A noi nate negli anni ottanta, la Bonino ha consegnato una serie di battaglie già vinte, a partire dal divorzio e dall’aborto; e altre da continuare a combattere insieme, quelle contro la pena di morte, per i diritti umani e per i diritti delle donne in tutto il mondo.

Oggi Emma Bonino combatte una nuova battaglia, quella per l’inclusione dei cittadini stranieri in Italia con la sua campagna Ero Straniero, e quella contro l’indifferenza verso una questione migratoria che non può risolversi, e non si risolverà, a suon di accordi con dittatori e milizie in loco.

 

 

 

-La gestione dei flussi migratori è oggi lo scoglio contro cui rischia di infrangersi l’Europa. Laddove la stabilizzazione in loco dei paesi di origine dei flussi appare complessa quanto lontana, e sembra mancare la volontà politica di dividere equamente tra gli stati l’onere degli arrivi; sia nel caso della Turchia, che del recente accordo Italia-Libia, si è scelto di appaltare la gestione dei flussi al paese d’origine, o di transito, sostenendoli finanziariamente. Quali sono le principali criticità che vede in questo modello?

 

Quello che si sta facendo con la Libia, è una caricatura dell’accordo fatto dall’EU con la Turchia di Erdogan, che certamente è un dittatore, ma perlomeno ha il controllo del territorio. La caricatura sta nel fatto che si tenti un accordo simile, ma in un Paese dove esistono perlomeno due governi, due parlamenti e centinaia di milizie. Ed è noto a tutti che il governo Serraj, con cui l’accordo è stato stipulato, non controlla il territorio. Questo vuol dire che, direttamente o via Serraj, questo sarà di fatto implementato dagli scafisti e dalle milizie locali. Il che complica la situazione, perché si da’ a queste milizie una credibilità di interlocutore che certamente le rafforza e non aiuta il processo di stabilizzazione del Paese.

 

La seconda questione, di pari importanza, è la questione umanitaria. Sono emerse chiaramente dai vari report di organismi internazionali e di osservatori in loco, poi riportate anche dai media nazionali ed esteri, le condizioni all’interno dei centri di detenzione in Libia dove torture, violenze e stupri sono all’ordine del giorno.

Peraltro segnalo che soltanto una decina su trenta di questi centri ufficiali di detenzione sono visitabili, o visitati, da funzionari libici delle Nazioni Unite, o da missioni internazionali. Che la Libia non sia un posto sicuro, lo dimostra il fatto che tutto il corpo diplomatico libico è basato a Tunisi, incluso lo stesso rappresentante delle Nazioni Unite. Se il Paese non è sicuro per i diplomatici, mi sembra difficile che lo sia per i rifugiati. Sfido chiunque a non comprendere la criticità della questione umanitaria in ballo.

 

Infine, è ovvio che l’accordo con Serraj, o chi per esso, può essere un accordo finanziario, ma può anche essere (come accaduto in altre circostanze e in altri paesi) un accordo in cui, a condizione che venga fermato il traffico di esseri umani, si finisca per chiudere un occhio su altri tipi di traffici: armi, droga, oro etc., altrettanto lucrativi, di cui le milizie si alimentano. E questo significa un ulteriore elemento di rafforzamento a loro favore. Per tutte queste ragioni, da quest’accordo mi sento tutt’altro che rassicurata.

 

 

-Sono in molti però a non vedere alternative ad accordi di questo tipo. Milena Gabbanelli, ad esempio, ha dichiarato che il Ministro dell’Interno Marco Minniti è stato il solo in grado di dare una risposta ferma ad un problema complesso. Superando così da una parte le velleità dei muscolari, che urlano alla chiusura totale delle frontiere ma non hanno idea di come farlo, e dall’altra delle “anime belle” che parlano di frontiere aperte, ignorando l’insostenibilità di una soluzione di questo tipo. Lei, invece, che soluzione vede a questi due estremi?

 

Innanzitutto, si poteva fare uno sforzo per negoziare una tempistica diversa. Prima bisognava prevedere l’arrivo delle Nazioni Unite, e poi si dava inizio ai respingimenti. La Libia, tra l’altro, non ha mai firmato la Convenzione dei Rifugiati del 1951. Qui non si tratta di anime belle. Con questo accordo, di fatto, abbiamo messo un tappo ai flussi appaltando la gestione a paesi terzi, instabili, mettendoci nelle mani o di dittatori o di gruppi che vivono nell’illegalità. E non è neppure un tappo stagno, dato che si stanno già aprendo altre rotte: da Tripoli ovest, da Tripoli est da Misurata, e ancora da Algeria, Spagna e Sardegna, oppure attraverso il Mar Nero e la Romania. E’ come di fronte alla maree, si può pensare di governarle, ma non di fermarle.

 

-Secondo lei siamo alla resa dei conti di un sistema, quello occidentale, che troppo a lungo ha basato la propria  crescita economica sullo sfruttamento di altre aree del mondo? E adesso con il mantra ‘aiutiamoli a casa loro’, e con accordi di questo tipo, si applica il principio del “lontano dagli occhi lontano dal cuore”?

 

Questo è evidente, e per indorare un po’ la pillola si dice arriveranno le nazioni unite o le Ong. E’ sempre stato così nella mia esperienza, ogni qualvolta che la politica inciampa procurando tragedie, che si trattasse di Kosovo, Grandi Laghi, Afghanistan, poi si chiamano gli umanitari per lenire come possono le sofferenze. Dopodiché inizia la polemica con gli umanitari, perché o fanno troppo, o fanno troppo poco, oppure non fanno ciò che i governi hanno chiesto. Detto questo, la situazione in loco, in Libia e ancor di più in Siria, è di fatto estremamente complicata e noi come europei non abbiamo certamente la forza necessaria per risolverle. In campo sono coinvolti, direttamente o per procura, una serie di attori regionali o internazionali -penso a Iran, Turchia, Arabia Saudita-, con interessi profondamente divergenti. Non siamo quindi più allo schema “occidente come sentinella del mondo”. Senza contare che nella guerra Libica sono in ballo interessi contrapposti tra le stesse potenze europee, basti pensare ad Italia e Francia. C’è poi la questione dell’Egitto, oggi sempre più vicino alla Russia. Non essendo quindi gli unici protagonisti, e anzi, essendo noi stessi vittime di divisioni interne, la stabilizzazione in Libia, come in Siria, risultano estremamente complesse e si tirano dietro la questione dell’ Iraq, la questione Curda.

 

-Quindi, più che di emergenza migratoria, avrebbe senso parlare di una situazione strutturale che esige una soluzione di lungo periodo?

 

Certamente la soluzione a portata di mano non c’è. E la questione della mobilità globale è vecchia come il mondo. Lasciare casa in cerca di una vita migliore è una spinta umana. Sono 20 milioni gli italiani che se ne sono andati nel periodo tra le due guerre, e questo sarebbe bene non dimenticarlo. La memoria è fondamentale, e deve partire dalle scuole, portando per esempio i ragazzi a visitare uno di quei meravigliosi musei della migrazione che abbiamo in Italia. Per non parlare dei Paesi di nuovo ingresso in Europa, penso all’Ungheria, che anch’essa non viene certo da una storia semplice, ed ha appena rifiutato di accogliere una quota di migranti irrisoria, neppure 1.300 persone, prevista dalla proposta di riallocazione dell’EU. E la situazione si fa ancora più kafkiana se pensiamo cha la Polonia l’anno scorso ha integrato senza colpo ferire, con diverse modalità, oltre 600mila ucraini.

 

Per rispondere alla tua domanda, una soluzione diversa ci sarebbe, ma è risultata difficile perché gli altri Stati Europei hanno esigenze politiche ed elettorali per cui l’Italia, che era un paese di transito, è divenuta di fatto un paese stanziale poiché le frontiere sono chiuse. Altrimenti voi capite che in un continente di 500 milioni di abitanti, l’arrivo di 200 mila persone non è certamente uno scoglio insormontabile. Così come è vero che se in Italia la politica di integrazione, e quindi di assorbimento legale dei circa 500 mila irregolari o clandestini già presenti sul territorio, fosse stata attuata ne avremmo giovato, poiché sono le nostre necessità economiche e demografiche a dirci che abbiamo bisogno di nuovi arrivi. Sento però dire che il ministro intende lanciare un grande piano per l’integrazione, che aspettiamo da giugno, e ci auguriamo che molte delle idee contenute nella proposta di legge di iniziativa popolare di “Ero straniero” facciano parte di questo piano.

 

Per cui la strada, che è altrettanto complessa e lunga, ma secondo me più attinente sia al rispetto dei diritti umani che alla tenuta istituzionale del nostro Paese, e dell’Europa nel suo insieme, doveva certamente essere diversa. Se poi adesso mi si dice che c’era urgenza di mettere un tappo, e allora abbiamo messo un tappo, la mia impressione è che sia un tappo pericoloso, contro producente e, certamente, non molto stabile.

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