L’insostenibile leggerezza dell’Economia della condivisione

Trangugiare del cibo ordinato a chilometri di distanza e caracollare per la città a bordo di “una macchina nera” con un semplice click. Connettere, unificare e omogeneizzare la domanda e l’offerta dei servizi. Il tutto gestito e manipolato da software e dispositivi, da processi digitali soverchiati da algoritmi che controllano ogni possibile movimento. È la Sharing Economy – l’economia della condivisione –  sostenibile e funzionale alla ricostruzione della comunità appagante e dell’interazione tra esseri umani. Con un’app scaricabile, milioni di persone possono accedere ad una miriade di servizi forniti da centinaia di individui, loggati su piattaforme in rete. Individui appunto, una moltitudine anonima, smembrata da criteri interattivi di valutazione, la cui identità è miscelata nei server delle grandi aziende della condivisione.

Uber, Airbnb, Foodora, Deliveroo e tanti altri ne sono l’espressione più marcata. “Ciò che mio è tuo” con l’avvento di un nuovo sistema che avrebbe appianato e semplificato le contraddizioni del capitalismo contemporaneo, asfaltando le gerarchie di potere e la rigida dicotomia cliente-lavoratore. A ben guardare però, non è questo che sta realmente accadendo, e la grande e abbacinante utopia si è trasformata in una distopia.

Alcuni analisti – celebre il Manifesto per una sharing economy sostenibile e rispettosa dei diritti dei consumatori del 2015 – invece di parlare di Sharing Economy (una consegna del pranzo a domicilio è una forma post-moderna di condivisione?) racchiudono questa burrascosa ondata di startup e società on-demand, nella definizione di Gig Economy – l’economia dei lavoretti. La differenza sta “nell’abbattere i costi condividendo azioni che si farebbero comunque” o “monetizzare risorse sotto utilizzate o non utilizzate” come spiega Antonio Aloisi, ricercatore dell’università Bocconi di Milano, in un articolo di Luca Zorloni (Wired).

Foodora, il colosso tedesco delle consegne di pizze e fritture, leccornie da scatola colorata sul sellino di una bicicletta, è quotato in borsa 4,4miliardi di dollari. 70Miliardi per Uber, l’azienda di Travis Kalanick e Garrett Camp, nata quasi per gioco, aspettando un taxi che non sarebbe mai passato, e adesso, in 500 città e 66 paesi, a rivoluzionare la concezione dei trasporti, senza fare degli utili ma accumulando investimenti.

“Tutta l’economia digitale passa dalle app. La Gig Economy è la sua prima manifestazione e sfrutta le potenzialità delle tecnologie per favorire una diversa organizzazione del lavoro. Con alcuni elementi positivi: il fatto che il lavoratore possa decidere quando lavorare e no è una libertà consentita dalla tecnologie che non butterei via. Il potere resta tuttavia in mano alla piattaforma” dichiara Ivana Pais, docente di sociologia economica all’Università la Cattolica di Milano, in un intervista rilasciata a Roberto Ciccarelli de Il Manifesto.

“Le piattaforme della Gig Economy hanno bisogno di grandi numeri. All’inizio hanno condizioni di mercato molto favorevoli. Una volta ottenuti volumi importanti e raggiunto il monopolio del settore spesso cambiano le regole”. Plastificando il potere dell’algoritmo, la cooperazione autonoma scompare trai numeri e le codifiche. Di per sé la tecnologia non è uno strumento di liberazione e la carica emancipatoria svanisce nella deregulation e nello sfruttamento.

Pedalare con una pettorina, il cappellino e la visiera bordata ai lati, scorrazzare per le strade, la segnaletica della città e il traffico – pagandosi la benzina, avendo una propria bicicletta, le gambe robuste e uno smartphone funzionante (ancora, di condiviso cosa c’è?). Un lavoro flessibile, da freelance e collaboratori, zero posto fisso e nessuno stralcio di contratto. Nessuna tutela e nessun diritto con turni assegnati attravero la messa a disposizione telematica e la macchina cibernetica che smista e assembla, il raking e la digitalizzazione del tempo. Il “lavoretto” per la generazione dei neet e dei disoccupati, “la fase storica è quella che è” e la crisi morde le nuche dei giuslavoristi e di chi ha fame. “Se avrai problemi, bucherai, sarai malato, partirai in vacanza, sospenderai per un po’ la collaborazione, perderai posizioni e la possibilità che altri slot orari ti vengano assegnati. È la dura legge del delivery food” e quest’anno i fattorini di Deliveroo hanno proclamato lo sciopero nella seconda metropoli più grande d’Italia. “Vi invitiamo tutte e tutti a partecipare sabato 15 luglio alla prima Deliverance Strike Mass che partirà alle 19:30 in Piazza XXIV Maggio a Milano. Una biciclettata per le strade della città, tra ristoranti e punti di ritrovo dei rider”.

Rivendicavano un inquadramento contrattuale e salariale, dignità e diritti per le mansioni svolte. L’autunno prima i colleghi di Foodora avevano incrociato le braccia, pagati a cottimo (2,70 euro a consegna, divenuti poi 3,60 dopo la protesta) e la minaccia della partita iva – sfangati i 5mila euro da “collaboratori”.

In soldoni, precarizzazione endemica dei lavoratori con un’estrazione chirurgica di valore dall’esistenza stessa delle persone: l’intermediazione fisica totalmente assente (sindacati sfarinati, i centri di collocamento in disuso), l’immateriale della rete che determina e disciplina.

Benedetto Vecchi, giornalista del Manifesto, nel suo ultimo libro – Il capitalismo delle piattafome (Manifestolibri, 2017) evidenzia la forza distruttrice e – nello stesso tempo ricompositiva – di un agglomerato di fenomeni economici strutturati da software e processi digitali. La Gig Economy e le aziende del E-commerce (Amazon in primis) Facebook e Google. Un capitalismo pervasivo e instabile, globale e tentacolare, senza regole e “lacci e lacciuoli” delle autorità nazionali, dove la macchina e l’automatizzazione ridicolizzano l’attività umana “ai fini dell’esecuzione di processi per la produzione, distribuzione e commercializzazione dei beni e servizi just in time”. Una società fagocitata dai gangli del profitto, fabbrica dei precari.

Lavoratori e ignari clienti si trasformano in utenti o beneficiari della cooperazione sociale per “costruire una città condivisa, in cui le persone sono micro-imprenditori” e lo spazio “non viene sprecato, ma condiviso con gli altri” secondo le esternazioni di Brian Chesky, fondatore di Airbnb, riportate da Fabio Chiusi sulle pagine dell’Espresso. Un’impresa, quella degli alloggi vacanzieri online, da 35miliardi di dollari, germogliata nelle menti del giovane designer e del collega-coinquilino Joe Gebbia, nell’ottobre 2007 nell’appartamento di San Francisco, dopo aver letto una missiva del proprietario di casa, che avrebbe aumentato l’affitto di mille dollari. Che fare, con una stanza vuota e una fiera straripante di persone? (l’afflato mitico del racconto è una costante narrativa dell’execution pragmatica e dell’idea geniale).


Gig Economy

La Gig Economy l’economia dei lavoretti – è un termine coniato per definire un sistema economico dove la prestazione lavorativa è a richiesta e non esiste un rapporto contrattuale di subordinazione. Il tutto, domanda e offerta, è gestito da piattaforme digitali che mettono in relazione il lavoratore (che fornisce un servizio) e il cliente.

 

 

Photo by Viktor Kern on Unsplash
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