L’innovazione sociale? Se la musica non ti piace, prendi uno strumento e mettiti a suonare.

Intervista ad Annibale D’Elia

 

Questi guerrieri moderni, pionieri, rivoluzionari, sognatori pragmatici, sono sparsi in tutti Italia, in luoghi che non ti aspetti, e più i territori sono impervi, più loro coltivano il seme e attendono che cresca. E spesso ci riescono, superando gli ostacoli del caso, e accogliendo il fallimento come parte del processo, come una tappa su cui ricostruire. Di molti dei loro progetti, mi sono innamorata quando ancora non sapevo esistesse un modo per definirli, né una categoria cui ascriverli. E come tutti i fenomeni multiformi e creativi che partono dal basso, ancora oggi è difficile dargli un nome. La formula che più si avvicina a raccontarli, tuttavia, è quella dell’innovazione sociale. Ma di che si tratta?  L’ho chiesto ad Annibale D’Elia, esperto di innovazione nelle sue varie forme, dalle politiche pubbliche, alle imprese all’educazione e al modo di concepire le città e il territorio, tra gli ideatori del programma Bollenti Spiriti in Puglia oggi direttore della sezione innovazione economica  e sostegno all’impresa del Comune di Milano.

 

L’innovazione sociale riguarda tutto ciò che facciamo per far funzionare meglio la società in cui viviamo. Vuol dire cambiare le cose quando ci accorgiamo che i sistemi che abbiamo sempre utilizzato non funzionano più. Non si tratta, quindi, di una novità ma di un nuovo modo per descrivere ciò che esiste da sempre: le società umane cambiano e si adattano al mutare delle condizioni di contesto. Va così dall’alba dei tempi. Il punto è che siamo stati abituati a guardare queste trasformazioni da spettatori. Consideriamo il cambiamento come qualcosa che accade per effetto solo delle decisioni della politica, dell’azione delle grandi organizzazioni o delle evoluzione della tecnologia e del mercato e su cui abbiamo poche o nulle possibilità di intervento diretto, se non come elettori o consumatori. Una serie di esperienze che nascono dal basso, nelle città o nelle aree rurali di tutto il mondo, dimostrano l’esatto contrario: non solo è possibile sperimentare nuove soluzioni ai problemi delle nostre comunità ma talvolta queste soluzioni possono rivelarsi più efficaci, creative e innovative di quelle che vengono immaginate nelle stanze del Palazzo o nei laboratori ricerca e sviluppo di una multinazionale. Questa attività di ragionamento, coinvolgimento e sperimentazione sul campo viene chiamata innovazione sociale. Se dovessi spiegare di che si tratta a chi non ne ha mai sentito parlare non partirei da una definizione ma da un invito: se la musica non ti piace, non limitarti a protestare. Prendi uno strumento e mettiti a suonare.

Perché se ne parla così tanto oggi? Quali sono le condizioni che hanno fatto sì che adesso il fenomeno abbia acquisito tanta rilevanza?

Si parla tanto di innovazione sociale perché percepiamo tutti una grande distanza tra quel che accade nelle nostre comunità e quel che potrebbe accadere. Il progresso tecnologico non è mai stato così presente nelle nostre vite. Ogni giorno sperimentiamo innovazioni che stanno trasformando ogni aspetto della società: come lavoriamo, viaggiamo, abitiamo e ci relazioniamo con gli altri. Il mercato ci offre beni e servizi sempre più sofisticati, accessibili e personalizzati. Eppure abbiamo la percezione diffusa che alcune cose non stiano migliorando. Anzi. Pensiamo ad esempio agli impatti della globalizzazione, all’aumento delle disuguaglianze o alla sostenibilità ambientale, solo per citare alcuni dei temi più caldi. Sono problemi che, semplicemente, non si possono affrontare con la stessa mentalità che li ha creati, dall’alto verso il basso, senza il coinvolgimento attivo della società. Innovazione sociale vuol dire considerare le persone non solo come portatrici di bisogni, ma anche di soluzioni.

In questo quadro, che ruolo svolgono le istituzioni?

Di fronte a queste sfide, le istituzioni e la politica si stanno dimostrando poco efficaci e vivono una grande crisi di credibilità. Ovviamente non tutto può essere risolto con l’innovazione sociale. Da una parte la politica deve recuperare la propria funzione di guida. Dev’essere capace di indicare una direzione attraverso la tempesta e di ripensare il nostro modello di sviluppo per combinare innovazione, inclusione e sostenibilità. Dall’altra, chi abita il Palazzo deve accorgersi di ciò che accade nella società. Deve incoraggiare e non ignorare o ostacolare le esperienze che nascono dal basso e che sperimentano soluzioni inedite. Per far questo, il cambiamento che si chiede alle istituzioni non è di poco conto: non solo definire regole, rilevare bisogni ed erogare servizi ma diventare un “abilitatore”, cioè un partner affidabile capace di aiutare la società anche ad aiutarsi da sola. Il discorso vale a tutti i livelli, sia su grande che su piccola scala, e su problemi attualissimi. Penso ad esempio alla gestione dei flussi migratori, al recupero delle periferie degradate, alla cura delle parti più fragili della società. Il tutto, mi preme sottolinearlo, senza abdicare al proprio ruolo e alle proprie responsabilità. Per intenderci: l’innovazione sociale non può e non deve diventare una scusa per tagliare indiscriminatamente le risorse per il welfare, la scuola pubblica, la sanità o i servizi sociali di base perché “tanto la società troverà un modo per cavarsela”.

Quali sono i paesi più avanti, in termini di innovazione sociale?

L’innovazione sociale nasce, come paradigma, nei paesi anglosassoni e da lì si è diffusa diventando un fenomeno globale. Un ruolo importante è stato svolto dall’Unione europea, che ha investito in azioni di ricerca e sperimentazione sia a livello locale che di stati membri. Ad oggi, i protagonisti delle esperienze più avanzate di innovazione sociale, più che i Paesi, sono le città: Seul, Amsterdam, Barcellona, Lisbona, Parigi, Berlino. Il fenomeno si sta allargando a macchia d’olio e coinvolge i soggetti e i territori più diversi. Sono da poco tornato da un ciclo di lezioni in Messico dove la più importante università del Paese, il Tecnologìco di Monterrey, ha deciso di investire sull’innovazione sociale come strumento per aumentare il proprio impatto sulle comunità locali.

E dove si colloca l’Italia, in questo contesto?

In Italia non c’è quadro nazionale di politiche sull’argomento e potrebbe non essere un male. Anche da noi, negli ultimi anni, le esperienze più interessanti sono state portate avanti a livello locale o regionale, talvolta con un ruolo attivo delle istituzioni. Penso alle iniziative del Comune di Milano su smart city e nuove economie urbane, al Comune di Bologna con il regolamento per la gestione condivisa dei beni comuni, al Comune di Torino con azioni di rigenerazione delle periferie e alla Regione Puglia con il programma per le giovani generazioni. Altre iniziative sono nate in centri piccoli o piccolissimi, distribuite un po’ in tutte le regioni. Il punto chiave è che ritengo sbagliato considerare l’innovazione sociale come un modello fatto e finito da applicare. Magari per concludere, come accade quasi sempre, che l’Italia “è indietro”. Fare Innovazione sociale è una ricerca, un’esplorazione in cui si procede per prove ed errori. Vuole dire partire dall’esistente per realizzare qualcosa di diverso, più rispondente a nuovi desideri e nuovi bisogni. Nella storia del nostro Paese troviamo una grande tradizione di innovazioni sociali: il movimento cooperativo, le esperienze di civismo e mutualismo, le forme di produzione distribuita dei distretti industriali e molto altro ancora. Oggi, alcune delle sfide più interessanti riguardano il tentativo di attualizzare queste innovazioni. Ad esempio, come ibridare le imprese cooperative attraverso i nuovi modelli di sharing economy? Come combinare tradizione artigianale, design industriale e nuove tecnologie digitali per dare nuova spinta al settore manifatturiero? Possiamo fare leva su una tradizione di amore e cura verso il territorio per rivitalizzare le aree interne del paese a rischio di spopolamento e così via. 

In questo numero si parla di iniziative come Ex FaddaMare MilanoCasa Neutral e We make. Esiste un filo che unisce tutti questi progetti, e se sì, quale?

Conosco personalmente molti dei protagonisti e ho seguito la nascita e l’evoluzione di queste esperienze. I tratti comuni sono molti. Anzitutto li accomuna un particolare modo di progettare, avendo di capacità di usare tutte le risorse disponibili e di trasformare i problemi in opportunità. Poi, tutte queste esperienze sono portate avanti da organizzazioni ibride, che superano le tradizionali barriere tra profit e non profit; sono progetti radicati sul territorio ma collegati a reti nazionali e internazionali; nascono piccoli ma che puntano ad avere un impatto di trasformazione sul proprio contesto e anche oltre. Un filo rosso lega tutte queste iniziative tra loro e con un ampio movimento di persone e organizzazioni che, più o meno consapevolmente, provano a trasformare la propria realtà partendo da ciò che c’è e non da ciò che ci dovrebbe essere. Come ha scritto l’antropologa Margaret Mead, “non dubitate che un piccolo gruppo di cittadini coscienti e risoluti possa cambiare il mondo. In realtà è l’unico modo in cui è sempre successo”.

Photo by Jordan Whitfield on Unsplash

Annibale D’Elia

Annibale D’Elia, nato a Milano nel 1970, si occupa da diversi anni di innovazione delle politiche pubbliche. Dopo aver lasciato la carriera musicale, ha studiato all’Università di Bari e di Firenze, e ha co-fondato una cooperativa premiata nel 2000 come migliore giovane impresa d’Italia. Negli ultimi anni ha diretto il programma della Regione Puglia per i giovani “Bollenti Spiriti” e ha fatto parte della task force del MISE che ha delineato la normativa italiana sulle startup innovative. Collabora con enti locali, università, regioni e ministeri sui temi dell’educazione, della rigenerazione urbana e dell’innovazione sociale. Al momento è Direttore di progetto Innovazione economica e sostegno all’impresa del Comune di Milano.

annibale-delia

 


 

Condividi su: