Le nuove tecnologie come strumento di accoglienza e integrazione

Come la tecnologia può favorire i processi di integrazione tra sharing economy, videogames e nuove esperienze di alfabetizzazione digitale.

 

 

Non basterà certo una piattaforma web, un’app o un qualsiasi dispositivo hi-tech a risolvere l’attuale crisi migratoria. È vero però che gli strumenti digitali possono aiutare quelle centinaia di migliaia di persone che ogni giorno varcano i confini dell’Unione europea nel tentativo riscrivere il proprio futuro. Sono tanti, tantissimi, i bisogni a cui far fronte, e la tecnologia, se ben utilizzata, può fare molto se non per risolvere, per semplificare.

 

Uno dei primi scogli da superare ad esempio, per gli oltre 5 milioni di immigrati presenti oggi in Italia, è quello rappresentato dalla nostra burocrazia. Bashkim Sejdiu, albanese, ha ideato per questo un’applicazione per Android e IOS chiamata InfoStranieri. Il servizio, disponibile in 10 lingue, nasce dall’esperienza personale del suo ideatore e consente di reperire informazioni sulle procedure da seguire, trovare un professionista, un’associazione, sapere orari e funzioni di alcuni uffici e scaricare documenti nel proprio idioma. Un piccolo aiuto (gratuito) insomma, per risolvere problemi di immediata utilità, come il permesso di soggiorno, il ricongiungimento familiare, la cittadinanza.

 

Ma, in realtà, è la sharing economy la grande protagonista di quello che possiamo definire il “sistema d’accoglienza 2.0”. Negli ultimi tempi infatti, le piattaforme collaborative dedicate ai rifugiati si stanno moltiplicando in tutto il Vecchio Continente. Airbnb, il famoso portale dedicato all’home sharing, ha appena lanciato a Milano (primo esperimento in Italia) Open Homes Refugees, in collaborazione con Comune di Milano, Refugees Welcome Italia e Comunità di Sant’Egidio. L’iniziativa punta a mobilitare l’intera comunità del portale per aiutare chi scappa da guerre e carestie: “Il semplice atto di aprire la propria casa, anche per poche notti, può cambiare la vita a una persona che ha dovuto lasciarsi tutto alle spalle”, spiega Joe Gebbia, co-fondatore di Airbnb. Obiettivo? Accogliere centomila persone in tutto il mondo nel corso dei prossimi cinque anni.

 

All’accoglienza, deve però seguire un processo in integrazione che passa necessariamente attraverso l’istruzione. Uno dei progetti più validi in questo senso è quello portato avanti da Fondazione Mondo Digitale, che collabora anche con il centro di seconda accoglienza Enea di Roma e da oltre dieci anni ha introdotto con successo l’uso integrato delle nuove tecnologie nei programmi di alfabetizzazione per cittadini stranieri. Lo scorso giugno, dalla collaborazione tra Fondazione Mondo Digitale e Microsoft, è nato CoHost: un hub formativo digitale, dove studenti italiani si fanno volontari per insegnare agli stranieri l’uso del computer, di internet, nonché lingua e cultura italiane.

 

Nella piccola realtà olandese di Utrecht, invece, è sorto il progetto “De Voorkamer” (stanza). Si tratta di una piattaforma per talenti nata all’interno di un centro rifugiati, che mira a esaltare le competenze di ciascuno di essi. Li indirizza a lavorare su ciò che per ciascuno è più significativo e adatto, a seconda del profilo, stimolandone così l’indipendenza e l’integrazione personale. Navigando online ci si può imbattere così nei cuscini cuciti a mano dal siriano Hassan o nei tavoli lavorati da Muhamad, oppure si può richiedere una consulenza su piante da arredamento al palestinese Zakaria, visto che ne conosce simbologie e benefici.

 

Da questo punto di vista, anche i videogiochi possono rappresentare uno strumento “didattico” sia per preparare i migranti al loro arrivo in che per informare chi dovrà accoglierli. Medici Senza frontiere, ad esempio, ha lanciato il progetto #milionidipassi: indossando visori di realtà aumentata è possibile calarsi nella realtà dei migranti, vivendo i loro estenuanti viaggi, entrando all’interno di un ospedale o in un campo profughi.

 

Inoltre, piattaforme, giochi ed esperienze di realtà virtuale possono aiutarci a raccogliere dati sui flussi, capire da dove e quando arriveranno i migranti e quali sono i loro progetti nel nostro paese. Per poter poi intervenire e non solamente dover affrontare l’emergenza.

 

Di più ampio respiro è la piattaforma Techfugees fondata da Mike Butcher, editor di TechCrunch, che mette in contatto programmatori e startupper con ONG e altre realtà vicine ai rifugiati. Tramite questa piattaforma vengono lanciati degli Hackathon nei quali esperti digitali impiegano le loro abilità tecnologiche per risolvere situazioni di crisi. Il team vincitore dell’Hackathon di quest’anno ha presentato un’app che riunisce tutti i servizi disponibili per i rifugiati in Grecia, nelle lingue arabo, farsi e inglese. L’app include inoltre la possibilità di creare dei profili-vetrina per gli immigrati, affinché datori di lavori possano entrare in contatto con loro e offrire opportunità lavorative.

 

Del resto, basta guardare il video di un qualsiasi sbarco. I migranti che riescono ad arrivare sulle nostre coste non hanno nulla. Ma tanti di loro hanno un cellulare: per orientarsi, trovare informazioni, parlare con familiari e amici lontani. Non è un caso: la strada è davvero lunga e tortuosa, ma l’innovazione tecnologica è destinata a giocare un ruolo chiave per queste persone nel delicato percorso verso la propria autonomia.

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