L’amministrazione liquida di TRUMP

Dal 20 gennaio 2017 è ufficialmente entrata in carica l’Amministrazione guidata dal 45° Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump, e promette di essere profondamente diversa rispetto alla precedente guidata per otto anni da Barack Obama. Il primo aspetto su cui la distanza tra i due Presidenti è forte è il “tasso di liquidità”: Obama, e il suo governo, è stato sempre guidato da una solida “ideologia” di apertura a ogni costo, cercando a volte di imporre la sua visione del mondo sulla realtà effettiva. Trump opera in modo diverso, con un alto tasso di pragmatismo, il che spiega alcune forti posizioni in materia di politica estera o commerciale che contrastano l’idea mainstream.

Leggendo il memorandum presidenziale del 23 gennaio 2017, il Presidente Trump ha dato seguito alla promessa, espressa nel corso della campagna elettorale, di “ritirare” la partecipazione degli Stati Uniti dal TPP (Trans-Pacific Partnership), accordo commerciale che coinvolge 12 Paesi dell’Area del Pacifico (tra cui il Giappone) siglato da Obama per contrastare l’espansionismo economico cinese in quell’area, annullando di fatto uno dei cardini della politica estera e commerciale di Obama.

Inoltre, anche la nomina di Wilbur Ross come Segretario del Commercio – che ha recentemente dichiarato al Financial Times come la Cina sia il Paese più protezionista al mondo, in risposta alle dichiarazioni del Presidente cinese Xi Jinping nel corso del World Economic Forum – chiarifica ulteriormente la nuova frontiera americana in questa materia: volontà di rinegoziare gli accordi esistenti a nuove condizioni più favorevoli agli Stati Uniti – gravati da una bilancia commerciale in deficit – senza preclusioni nei confronti di nessuno.

Finisce l’epoca dell’imposizione dell’idea americana di libertà, inizia l’era in cui al centro della politica americana vi sono gli “interessi nazionali”, da perseguire con negoziati, accordi e strategie anche profondamente diverse rispetto al passato, come dimostrano le intenzioni di apertura a nuove relazioni con la Russia e l’idea di sviluppare una politica commerciale basata sui Trattati bilaterali e non più su mega accordi regionali: un cambio di paradigma che ha visto i suoi primi frutti nell’incontro con il Primo Ministro britannico Theresa May, ricostruendo quella “special relationship” che da sempre ha permesso di parlare di Anglosfera.

Si lega a questo progetto politico l’interpretazione del memorandum presidenziale del 24 gennaio scorso, in cui si annuncia l’intenzione di stimolare la produzione industriale “made in USA” con importanti azioni di deregulation e taglio fiscale, chiedendo in cambio alle principali imprese manifatturiere di investire e creare posti di lavoro. Il meeting avvenuto il 23 gennaio con i più importanti vertici della principali imprese industriali americane e quello del giorno successivo con i principali player dell’industria automobilistica confermano l’idea pilastro di questa Amministrazione in materia industriale: produrre negli Stati Uniti, assumere americani. Un concetto considerato dal mainstream come protezionista, che però è stato al centro della narrazione di Trump lungo tutto l’arco della campagna elettorale e che è stato ripreso nel suo discorso di insediamento.

Come insegnano i manuali di teoria sulla “guerra” geo-economica, per rafforzare il suo impegno in merito Trump ha anche minacciato di introdurre dazi mirati su alcuni settori industriali rispetto all’importazione di merci, in modo da disincentivare il processo di delocalizzazione: in sintesi “America first”, l’idea centrale di un Presidente liquido, imprevedibile ma frutto dei tempi odierni.

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