La politica come X-Factor

Così diversi eppure così simili.

 

 

Cosa c’è in comune tra la politica e X Factor? A prima vista poco, da un lato le mediazioni noiose, le promesse serie, personaggi ingessati, goffi, improbabili che cercano di guadagnare consenso districandosi tra giornalisti, talkshow e beghe di partito, dall’altro giovani talenti musicali che cercano un posto al sole nel vasto e complicato mondo dello spettacolo. Eppure, la politica è così cambiata negli ultimi due decenni che la costruzione di un leader politico sembra essere drammaticamente simile a quella di un’artista che vuole sfondare sul mercato.

 

Entrambi hanno due elementi in comune: essere presenti sulla scena mediatica e convincere gli altri che le propri idee (o meglio la propria voce) sia buona. Certo, si opterà che chi canta deve intercettare i gusti del pubblico, mentre chi fa politica…pure. Già perché la politica è sempre meno agorà, piazza della discussione pubblica, e sempre più mercato, commercializzazione di persone e slogan. Se prima contavano organizzazione, clientele, presenza sul territorio e relazioni internazionali oggi il leader politico non può sopravvivere senza addetto stampa, social media manager e trovate capaci di tenere sempre proiettata l’attenzione su di sé.

 

Come i giovani concorrenti di X-Factor essi vengono messi alla frusta dai giudici, che nel caso del politico sono giornalisti, opinionisti, magistrati e via dicendo. Per i politici quanto per gli aspiranti cantanti quando conta, siano elezioni o il tilt del talent show, è il pubblico a decidere chi resta in gara. Cioè, nel caso della politica, chi resta al governo o in parlamento e chi invece viene mandato a casa. Prendete i più giovani leader politici italiani, come Renzi, Salvini e Di Maio, in tutti e tre i loro percorsi troverete la ricerca di uno stile, una narrazione personale. Quante volte avete sentito un tenebroso Manuel Agnelli rimbrottare i concorrenti di X-Factor dicendo “devi crearti uno stile più personale?”.

 

Personalizzazione è la parola chiave della politica contemporanea, non solo della musica. Per cui la celebrità può diventare politico, è il caso di Silvio Berlusconi o Beppe Grillo, oppure è il politico a diventare celebrità. Per dirla con Marco Damilano è l’avvento della “repubblica del selfie”. D’altronde un leader politico non fa meno storie Instagram di Fedez e non rinuncia, proprio come il rapper milanese, a fare della propria paternità un evento mediatico, è il caso del leader pentastellato Alessandro Di Battista.

 

Non solo, ma i concorrenti di X-Factor e la nuova generazione di leader politici ha anche in comune la regola delle montagne russe. Cosa significa? Che ascesa e caduta possono essere estremamente repentine. Quante volte è capitato ai musicisti del talent di essere in vetta per preferenze del pubblico la prima puntata ed essere sommersi da fischi e insulti due mesi dopo? Se prendiamo alcune carriere politiche possiamo vedere un andamento simile con passaggi dal gradimento altissimo al vero e proprio oblio mediatico. Il supporto della folla social che twitta, mette mi piace o dispensa cuori su Instagram è fondamentale tanto per i concorrenti del talent quanto per i leader politici.

 

Le probabilità che un politico vinca le elezioni vengono stabilite anche dall’analisi delle interazioni social che questo riesce ad avere con il pubblico, le probabilità di vittoria del musicista a X-Factor…pure. La politica, come si può notare da questi esempi ironici ma non troppo, si è sempre più spettacolarizzata tanto che oggi il politico vive con l’i-pad in faccia e il polso dei sociali sotto mano. Lo stesso vale per l’artista. Per usare una metafora De Andre stava a Berlinguer come Fedez sta a Salvini. I destini dei due sono così legati a livello social e pop che lo stesso rapper milanese cita il leader leghista in una delle sue canzoni di maggior successo. Come dimenticare quel “Salvini sul suo blog ha scritto un post” in Vorrei ma non posto? E come non ricordare i video del leader del carroccio che in spiaggia balla e canta “col trattore in tangenziale, andiamo a comandare” di Fabio Rovazzi? Oppure le canzonette pop mandate da Matteo Renzi in diretta nazionale alla Leopolda e alle assemblee del PD?

 

A testimonianza di come la comunicazione sia davvero il grande vettore di trasformazione del secolo capace di travolgere ogni confine, incluso quello tra arte e politica. E’ la postmodernità fluida, quel profluvio di informazione, interazione e disintermediazione che ha cambiato tutto: musica, politica e persino la televisione. Oramai non esistono più dei programmi televisivi, ma un’esperienza di interazione multimediale tra partecipanti, conduttori e pubblico social. Così come non esiste più la politica, nel senso novecentesco del termine, ma il racconto della politica, come vita dei leader politici e del proprio brand. Una storia a colpi di tweet, felpe, telecamere, Instagram e canzoni. Così diversi eppure così simili.

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