La nuova città

Abbiamo provato a immaginare come cambieranno i luoghi dove abiteremo e ci sposteremo. Sperando in una mobilità intelligente

IL TEMPO

La mobilità nella città del futuro dovrà tener conto di un elemento fondamentale: il tempo. Quante volte abbiamo ascoltato statistiche su quanto tempo passiamo nel traffico, per andare a lavoro o accompagnare i figli a scuola? Chi vive in una grande città ha l’impressione di essere un pendolare a prescindere dal mezzo di trasporto che usa. Sempre più città cominciano ad abbracciare la teoria dei quindici minuti: spazi urbani dove ogni cittadino dista un quarto d’ora da tutti i luoghi funzionali alla sua quotidianità. Attenzione, in questo caso il tempo di 15 minuti non va inteso come sprono ad andare più veloce, ma a restare più vicino. Inoltre l’obiettivo consiste anche nell’organizzare meglio gli orari della collettività, come ad esempio è successo per l’ingresso nelle scuole con la necessità di favorire il distanziamento sociale.

TRASPORTI

LA BICICLETTA

In una città dove lavoro, scuola, palestra (etc.) saranno a meno di un quarto d’ora di distanza si potrà raggiungere tutto in bicicletta. Questo significa che: la maggior parte delle strade urbane dovrà avere una pista ciclabile a norma; si potranno usare i mezzi pubblici con la propria bici; ci saranno veri parcheggi per le bici, non solo un mare di rastrelliere; il limite di velocità per le auto sarà abbassato fino a 30/50 km/h, a esclusione delle principali arterie della città.

FREE FLOATING

Nella città del futuro immaginiamo che i servizi di sharing mobility saranno ancora una valida opzione per gli spostamenti. Il free floating consiste nella possibilità di lasciare il mezzo noleggiato un po’ dove capita, riferito ovviamente a bici e monopattini. Questa possibilità esiste già, ha reso più comodo e appetibile il servizio ma ha anche generato problemi di ordine urbano. Innanzitutto va predisposta una mappatura degli stalli adibiti al parcheggio di questi mezzi, inibendo la possibilità di lasciarli su ogni marciapiede disponibile. In merito al gran numero di mezzi a disposizione, e dell’abbondare di società che si lanciano in questo business, si intravedono due possibilità: concedere solo a poche società di operare, scelte tramite bando di gara, e con un numero limitato di mezzi (come a Milano e Parigi); scegliere un modello partecipativo grazie al quale i cittadini possano acquistare i mezzi, non pagando più il noleggio e guadagnando una percentuale da quello degli altri. Un modello già attivo ad Anger e Bordeaux, città che hanno fatto registrare una forte diminuzione degli utilizzi poco congrui di bici e monopattini in sharing. 

SHARING MOBILITY

La mobilità condivisa è già realtà, nelle grandi metropoli infatti ci sono diverse società che gestiscono flotte di auto, bici e monopattini a disposizione dei cittadini iscritti alle varie app. Il futuro della mobilità urbana però passa da un’operazione di concerto di tutti questi mezzi con il trasporto pubblico. Ad esempio, sarebbe utile se fuori l’uscita delle metropolitane si potessero trovare varie opzioni per proseguire il proprio viaggio, consentendo all’utente di non essere per forza costretto ad aspettare il bus. Oppure una maggiore distribuzione del servizio in periferia, dove sarebbe più necessario. Un altro obiettivo da raggiungere è quello di una micromobilità urbana al 100% elettrica, che è il punto di arrivo (decisamente più difficile da raggiungere) anche per i veicoli privati. Infine va promossa la cultura del car sharing, l’ultilizzo collettivo dei mezzi per inquinare meno. Pensiamo ai taxi condivisi che sono già attivi in alcune città, un modo per risparmiare soldi, traffico ed emissioni. 

VITA

SMART WORKING

Da alternativa emergenziale a modello interessante, lo smart working non riguardo solo il futuro del lavoro ma anche quello delle città. Nella “città del quarto d’ora” il lavoro agile sarà una delle soluzioni più utili a ridurre il traffico e l’inquinamento, e anche a poter godere di maggior tempo libero. Aggiungiamo che bisognerà implementare un vero sistema di smart working, troppo spesso confuso con il telelavoro che è semplicemente svolgere la propria mansione da casa. A tal proposito nella città del futuro ci sarà un proliferare di coworking di quartiere, con l’incontro di diverse professionalità e un proficuo scambio di know-how. 

VIVERE IL QUARTIERE

La vivibilità di uno spazio urbano dipende anche dalle connessioni che si stabiliscono. È essenziale che ogni cittadino non senta l’appartenenza solo al proprio ambiente domestico ma anche al quartiere in cui vive. Dalla conoscenza del proprio vicinato e nella creazione di rapporti di vario livello nasce quello che si definisce welfare di prossimità, una comunità che bada a chi vi appartiene. La vita metropolitana oggi sembra molto distante da questo modello quasi arcaico, ma bisogna immaginare questo futuro al posto dell’isolamento domestico. Un ottimo esempio è il progetto Every One. Every day organizzato dagli abitanti di due quartieri della periferia est di Londra. Un comitato si occupa di raccogliere e organizzare tutte le idee, quali: condivisione di competenze e risorse, pasti comunitari, coltivazioni urbane e cura del verde pubblico, commercio e riparazioni, organizzazione di festival e workshop. Insomma un hub che cementifichi il tessuto sociale attraverso un’ampia serie di attività condivise.

SPAZIO URBANO

DENSITÁ ABITATIVA

Il concetto di “città del quarto d’ora” nacque nel 1923 negli States come proposta per la costruzione di quartieri residenziali. L’obiettivo del progetto era quello di abbassare la densitità abitativa dei centri attraverso la costruzione di case mono e bifamiliari nei sobborghi. Le grandi città del presente hanno quasi periferie poco servite dal trasporto pubblico, con scarsità di servizi e densamente popolate con famiglie stipate in moduli abitativi costruiti in altezza. Quelle del futuro le immaginiamo più simili alle superillas (superblocchi) di Barcellona: isolati in cui si sottrae spazio alle auto per guadagnare aree pedonali, provvisti di servizi essenziali, piazze e spazi verdi.  

SERVIZI

La “città del quarto d’ora” si basa essenzialmente sulla diffusione capillare dei servizi essenziali per il cittadino. Scuole, uffici, ospedali, supermercati, parchi pubblici, piazze, sport, luoghi per l’attività sportiva, negozi, tutti questi edifici dovranno comporre i servizi essenziali di ogni quartiere o maxi isolato. 

VERDE PUBBLICO

Attualmente la legge italiana stabilisce che per ogni cittadino debbano esistere 9 mq di verde pubblico. Se guardiamo alla media nazionale (Istat 2016) per ogni italiano ci sono 31 mq di verde, ma il dato dei singoli comuni rivela enormi disuguaglianze e città che non assicurano nemmeno il minimo stabilito dalla norma. Il verde pubblico va considerato come un elemento necessario e non come un decoro, il valore per il territorio è inestimabile. La città del futuro è una città verde, figlia di un vero e proprio processo di “forestazione urbana“. Un chiaro esempio è il Bosco Verticale di Milano, più in generale ogni iniziativa volta ad accrescere la presenza di verde in città.

QUALITÁ ARIA

Le città del futuro avranno una migliore qualità dell’aria se avverrà quella svolta green tanto auspicata. Da una parte le emissioni di co2 dovrebbero diminuire grazie all’aumento della mobilità elettrica, dell’utilizzo massivo della bici e del potenziamento del trasporto pubblico. A questo aggiungiamo l’azione di contrasto della vegetazione cittadina sui livelli degli inquinanti atmosferici, che sarà maggiore se aumenteranno i mq pro capite di verde pubblico. Un dato che può aiutarci a capire come può migliorare in fretta la qualità dell’aria che si respira nelle metropoli è questo: i livelli di no2 (biossido di azoto) di Roma, Milano, Torino e Napoli nei mesi di marzo e aprile 2020 (i primi 2 mesi del lockdown) sono diminuiti in media del 50% rispetto a quelli dell’anno precedente. 

FARE IL BAGNO

Nel 2016 la Sindaca di Parigi prometteva ai suoi cittadini che entro il 2024 avrebbero potuto fare il bagno nella Senna. Ad oggi non è proprio così, ma nel fiume che attraversa la Ville Lumière ci sono già delle piccole piscine che consentono ai parigini di tuffarsi. È utopico pensare che nella città del futuro ci saranno degli spazi di balneabilità? Consideriamo che nel 1995  i canali di Copenaghen erano sporchi e contaminati. 10 anni dopo e con 400 milioni di investimento nella capitale danese ci sono ben 4 spot in cui poter fare il bagno. Risultato raggiunto bonificando, costruendo barriere di contenimento, dirottando le acque reflue, e con un certosino e costante lavoro di analisi.

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