Italia: quanto siamo sostenibili?

Entro il 2030 deve raggiungere i 17 obiettivi Onu. Cabina di regia spostata dal Ministero dell’Ambiente a Palazzo Chigi

Anche le Nazioni Unite non hanno più potuto rimandare l’impegno, vista l’urgenza che accompagna da tempo l’interrogativo sulla sostenibilità del pianeta. Il 25 settembre 2015 l’Assemblea generale ha approvato Agenda 2030: un programma volto al raggiungimento, entro quindici anni, di 17 obiettivi di sviluppo sostenibile. “Una strada per evitare la catastrofe”, così viene pubblicizzata, anche se a fronte delle difficoltà del tempo è probabile che la strategia che verrà applicata sarà in una versione meno utopistica rispetto a quella di partenza.

Due anni fa pure l’Italia sottoscrisse “Agenda 2030”, impegnandosi di immaginare e programmare una strada sostenibile. In questi ventiquattro mesi quel che è stato fatto è poco a differenza di Germania, Francia, Svizzera, Norvegia e altri Paesi non europei che hanno già presentato i primi rendiconti e illustrato i loro piani d’azione. Nel Belpaese l’Istituto Nazionale di Statistica dovrebbe elaborare gli indicatori nazionali per misurare il grado di attuazione del piano e il Governo dovrebbe rendere noto il documento strategico per concretizzare gli impegni. Nel frattempo un’importante novità è emersa all’inizio dello scorso luglio: il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha collocato la regia di questo poderoso processo di rilancio a Palazzo Chigi, spostandolo dal Ministero dell’Ambiente.

Questo cambio di direzione permette, oggi, di poter affrontare la questione dello sviluppo sostenibile in una sfera non prettamente ambientale. Quest’ultima ha un’importanza di rilievo ma non prende in considerazione anche la dimensione di sistema che “Agenda 2030” impone, la quale infatti dovrebbe diventare, anche in Italia, uno strumento di cambiamento e innovazione, capace di modificare il piano di sviluppo economico e sociale e di condurre su livelli ambiziosi, per quanto in qualche accezione contraddittori: ad esempio, una minore disuguaglianza e povertà tanto quanto una maggiore liberalizzazione dei mercati. Nei prossimi mesi il Governo italiano dovrebbe definire il suo programma d’intenti.

L’Italia parte da una posizione complessa e problematica. Insomma, il ritorno ad una situazione quanto più simile a quella pre-crisi è lontano. Sono i numeri e le classifiche internazionali di giudizio sull’attività dei Paesi e sulla realizzazione delle riforme ad esprimersi. Tra gli indici che hanno valutato ciò, relativamente alla vicinanza o meno con le mete fissate dai 17 “sustainable goals” dell’Onu, c’è il “Sustainable governance indicators” del think tank tedesco “Bertelsmann Stiftung” che, su 41 Paesi dell’area Ocse e Ue considerati, posiziona l’Italia al 32esimo posto. Il nostro Paese brilla in consumi energetici e aspettativa di vita ma viene bocciato in tema di lavoro, pensioni, corruzione, inquinamento, istruzione, famiglia e fisco. Pesa l’1.31% del Pil per gli investimenti e la salita del debito pubblico al 132.6% del Pil. Il “Sustainable development solution network”, nato nell’associazione dei centri di ricerca che lavorano con l’Onu, non è stato meno severo: rispetto ai 17 obiettivi di “Agenda 2030” ha respinto l’Italia in sette di questi  (“zona rossa”) e l’ha rimandata per gli altri dieci, non promuovendola quindi neanche in uno (“zona verde”).

Urge un cambio di marcia innovativo che veda la  sostenibilità come strategia di rilancio. Le esperienze dei territori, nel loro piccolo, testimoniano quanto ciò anche in Italia sia possibile.

 

Photo by Sandro Mattei on Unsplash
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