Tra innovazione e opportunità di business. L’importanza della sostenibilità per Enel

 

Abbiamo chiesto ad Andrea Valcalda, responsabile Sostenibilità di Enel, come si intrecciano le sfide globali della sostenibilità con gli obiettivi di crescita del gruppo. Una chiacchierata sul futuro dell’energia tra megacity ed economia circolare, ma anche sullo spazio che il settore privato può occupare per migliorare il mondo in cui viviamo.

Accesso all’energia e sviluppo socio-economico sono 2 dei 4 obiettivi Onu per lo sviluppo sostenibile che Enel ha abbracciato nel suo piano strategico. Quanto è importante questa dimensione per le imprese?

Noi crediamo che gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile non si possano raggiungere solo a livello politico, ma richiedano un ruolo essenziale del settore privato. Questi due obiettivi sono esempi perfetti di opportunità per le imprese chiamate a intervenire come attori economici e sociali. Le imprese globali più avanzate, ed Enel rientra pienamente in questo gruppo, vedono la sostenibilità socio-economica come un’opportunità. A conferma dell’impegno di Enel su questo fronte, il nostro amministratore delegato, Francesco Starace, è l’unico membro italiano del board del Global Compact, un’iniziativa delle Nazioni Unite per l’applicazione di questi principi di sostenibilità nel settore privato.

Quali sono queste opportunità?

Fornire energia a più di un miliardo di persone che oggi non vi ha accesso è già di per sé un grande opportunità di business. Ma c’è anche un discorso che lega la sostenibilità all’innovazione, che viene generata nel momento in cui, approcciandosi a questi nuovi clienti, si comprende come le loro esigenze sono il più delle volte incompatibili con vecchie tecnologie. I miglioramenti tecnologici sono velocissimi proprio perché sono spinti dalla necessità di trovare soluzioni nuove a esigenze nuove. Così si sviluppano innovazioni legate alla generazione distribuita o alle microgrid.

Dunque si crea un valore condiviso, sia per le popolazioni che per le imprese?

Sì, perché dare un contributo al territorio in cui si investe non è una questione di “buonismo”, ma un elemento strategico. I nostri asset, come reti e centrali, sono presenti sul territorio per 30,40 o anche più anni: siamo dunque attori di lungo periodo. La crescita complessiva e il progresso delle comunità in cui operiamo diventa perciò anche un fattore di protezione dei nostri investimenti. Se cresci in un ambiente economico e sociale che si degrada, ne paghi le conseguenze sul lungo periodo, non si può pensare di fare profitto se la crescita non è condivisa.

Nuove opportunità di business portano anche a forme di competizione tra imprese?

Certo, ma si tratta di una competizione più che buona. C’è tantissimo lavoro da fare e ce n’è per tutti. Nascono anche forme di collaborazione tra imprese di settori diversi proprio per sviluppare risposte comuni a queste sfide gigantesche, che nessuno può risolvere da solo. C’è un ulteriore elemento di novità nello spazio di collaborazione tra pubblico e privato. Le imprese stanno cominciando a capire che in questa direzione ti garantisci un vantaggio competitivo di lungo periodo, assicurandoti una crescita industriale coerente ai vari tipi di scenari futuri, come ad esempio quelli in cui il fattore climatico sarà un obiettivo chiave.

Proprio al centro di questi scenari futuri ci sono molto spesso le megacity. Come far sì che questi grossi aggregati urbani diventino smart e non bidonville?

L’urbanizzazione è un tema che fa parte del nostro scenario strategico, così come le diseguaglianze che potrebbero crescere all’interno delle città. Pensiamo ad esempio ai   clienti a basso reddito, e a permettere loro accesso e un utilizzo efficiente dell’energia. La rete elettrica diventa la spina dorsale di queste smart cities grazie alla digitalizzazione, su cui stiamo puntando molto. Le reti non sono solo vettori che trasportano energia in un senso, ma gli stessi clienti diventano produttori mettendo in rete l’energia in eccesso. È un fenomeno che sta già avvenendo e che è guidato da avanzamenti tecnologici che Enel ha contribuito a sviluppare, come nel caso del nostro lavoro pioneristico sui contatori digitali.

C’è da dire anche che le città stanno raggiungendo un certo protagonismo anche da un punto di vista politico. Basti guardare alle reazioni sull’ipotesi che gli Stati Uniti si ritirino dall’accordo di Parigi: in USA il movimento di opposizione, oltre che da grandi aziende che hanno deciso di andare avanti sulla strada della decarbonizzazione, è stato guidato da sindaci e governatori dei singoli stati.

Quello della corporate social responsibility è un settore che sta cambiando. Che via sta percorrendo Enel?

In realtà è una definizione che noi abbiamo superato. Non abbiamo più una funzione di CSR nell’area comunicazione, ma una nuova divisione che si chiama “innovazione e sostenibilità” e che riporta direttamente all’amministratore delegato. Questo aspetto organizzativo ha un’importante ricaduta operativa, nel senso che stando a stretto contatto con il business, entriamo direttamente nei processi di pianificazione strategica.

Quella che una volta era la responsabilità sociale di impresa ora ha un ruolo nel definire le strategie di sviluppo del gruppo, rendendo il tema della sostenibilità non più un tema accessorio. In un certo senso è il contrario di quello che avveniva prima, quando si cercava di trarre cose positive mentre si faceva business “as usual”. Adesso si guardano prima i grandi obiettivi e gli scenari di sostenibilità, e su questo si reindirizza il business, come abbiamo fatto sposando i quattro obiettivi dell’Agenda 2030.

Da tempo state convincendo gli investitori che “sostenibile è meglio”. Qual è la vostra ricetta?

Mettere proprio la sostenibilità in primo piano. Quando l’anno scorso abbiamo presentato a Londra il nostro piano industriale, abbiamo subito dichiarato il nostro impegno sui Sustainable Development Golas, considerando questi obiettivi come elementi centrali della strategia, e non solo un allegato. Nel fare rendicontazione ad esempio, si può leggere nei comunicati sui risultati annuali, accanto a ricavi, margini, investimenti, comunichiamo anche lo stato di avanzamento rispetto agli obiettivi Onu. Questo è un messaggio forte che si dà alla comunità finanziaria e molto spesso, lavorando spalla a spalla con la funzione investor relations, abbiamo modo di incontrare non solo investitori etici, ma anche quelli tradizionali, sempre più interessati a questo tipo di discorso. Credo che oltre a informarli sulle nostre scelte, anche loro capiscano dai nostri risultati l’importanza di integrare questo tipo di attività nella strategia economica e finanziaria del gruppo.

Passando all’Italia, c’è del potenziale sostenibile dell’economia circolare?

Sì e soprattutto nel concetto di circolarità delle risorse. Un progetto interessante che stiamo portando avanti si chiama Futur-e e riguarda la riqualificazione di 23 impianti di generazione non più competitivi. Non abbiamo intenzione di celebrarne il funerale, al contrario, vogliamo dare loro opportunità di nuova vita ascoltando idee progettuali degli stakeholders locali per trovare nuovi utilizzi, anche produttivi, per questi siti. Il territorio è uno degli elementi più preziosi che abbiamo in Italia: non occuparne altro per creare nuove attività economiche, grazie al riutilizzo di vecchi siti, è un grande valore che possiamo dare al Paese.

Una chiusura sulla mobilità elettrica, un esempio di sostenibilità ambientale ma, al momento, meno sostenibile da un punto di vista economico per il prezzo delle batterie.

In realtà credo sia un settore che possa andare molto più velocemente di quanto si pensi oggi. Ci sono già stati messaggi forti dalle aziende, come quello di Volvo, e stiamo vedendo una riduzione dei costi delle batterie simili nella progressione a quanto abbiamo già visto con i costi del fotovoltaico. C’è un potenziale gigantesco perché, al di là della riduzione dei costi – che avverrà molto rapidamente -, bisogna considerare anche una valorizzazione di benefici materiali non economici, come ad esempio agevolazioni nella circolazione in città o nell’accesso alle zone del centro storico. Si sta anche creando un’offerta diversificata tra auto ibride e full electric, che dà il senso di quanto siamo di fronte a un processo irreversibile. Non vedo ostacoli o problemi particolari, è solo questione di tempo. Le persone si stanno rendendo conto che anche certi vincoli come quello dell’autonomia ridotta sono più psicologici che reali, dal momento che i percorsi cittadini sono limitati.

Photo by Riccardo Annandale on Unsplash
Condividi su:
<
>