Informazione liquida: a fare la differenza è ancora la qualità

La rete ha rivoluzionato la nostra esistenza, ha fatto scomparire mestieri e ne ha inventati altri. I social network ci hanno fornito un modo per riprogettare le nostre identità, interagiamo in modo diverso e con il meccanismo dei “mi piace” abbiamo riscontri immediati per qualsiasi piccolo aggiustamento identitario. Ogni gesto quotidiano è stato rivoluzionato, incluso il modo in cui apprendiamo le notizie.

Le informazioni oggi passano dalla rete o, meglio, dai social network. I giornali se ne stanno facendo una ragione. Quello di internet non è un giornalismo di serie B, perché la differenza la fa la qualità. Quando gli editori digitali vendono la pubblicità sulla base del numero di visualizzazioni, qualunque contenuto ha lo stesso valore. Un’inchiesta d’approfondimento vale quanto un post su un blog pieno di video raccolti qua e là, per questo ci vuole ancora più coraggio a creare contenuti di qualità e costosi, in un mondo in cui ogni minuto vengono prodotte 72 ore di video, 204 milioni di email e 277mila tweet.

La carta stampata è ancora viva, ma oggi da sola non può esistere. C’è una frase molto bella di Shingy (un web evangelist) che dice “Technology changes behavior, not needs”. Il bisogno d’informazione c’è, cambiano solo i comportamenti.

I giornali non possono più considerarsi semplici contenitori, ma strumenti capaci di imporre tematiche. Inutile piangersi addosso, il giornalismo del passato non esiste più e l’unica soluzione è adeguarsi al nuovo, riorganizzando la nostra conoscenza e cambiando la prospettiva. In un momento in cui il problema dei giornali è diffondere i contenuti, Google ha gli strumenti per farlo e lo stesso vale per Facebook, Snapchat, Twitter e per tutti gli altri.

In Europa questi players vengono ancora visti come una minaccia. Ogni giorno ci piombano addosso fiumi di articoli, video, fotografie e informazioni che non abbiamo mai cercato, Wikipedia ha dedicato una voce al fenomeno dell’’Information Overloading’ (sovraccarico cognitivo), l’incapacità di scemare il flusso di notizie di cui si viene a conoscenza.

È qui che la figura del giornalista riassume un ruolo centrale, quello di moderatore che dà un ordine e un’interpretazione alle cose e riconosce le bufale messe sui siti a caccia di click.

Le false notizie, infatti, vengono rilanciate e condivise dagli utenti attraverso i profili social. L’algoritmo di facebook fa il resto, riproponendo, tendenzialmente, siti simili agli stessi utenti (negli ultimi tempi sta correndo ai ripari proprio per limitare le fake news).

Si salta da un sito all’altro e spesso non si riesce a ricordare le informazioni, perché tutto viene percepito come una sorta di “rumore”. Bauman diceva che abbiamo a disposizione un’enorme quantità di informazione, in byte, come mai prima nella storia, ma abbiamo una minore capacità di comprendere cosa sta accadendo rispetto ai nostri antenati che godevano di una salutare ignoranza relativa.

Oggi una delle sfide più difficili per le società editoriali è quella di riuscire a convincere i lettori a pagare contenuti giornalistici online. Con il digitale nascono nuove esperienze di lettura, possiamo creare una sorta di rassegna stampa personalizzata. Applicazioni come Blendle riuniscono su un’unica piattaforma i contenuti di diversi giornali (L’utente iscritto, paga con un unico portafogli virtuale, Blendle trattiene una parte e gira il resto all’editore) o come quella di Adriano Farano, 37 anni, l’ideatore di Watchup, un’app che consente di creare il proprio telegiornale personalizzato, con un collage di video news da diversi emittenti (L’applicazione è piaciuta ai big dell’hitech, come Microsoft e ha raccolto 4,3 milioni di dollari).

Joshua Topolsky, cofondatore di the verge e di vox media, ha detto che il business dei media tradizionali non sarà salvato dai video, dagli algoritmi o dalle newsletter. Non servono nemmeno nuove app, esperienze innovative di lettura su iPad, live video, infodata, integrazioni con i social, canali su Snapchat, gruppi su Telegram o partnership con Twitter. Il futuro dei giornali non è inseguire i lettori e le mode, abbassando il livello dell’offerta nel tentativo di ampliare la base, il futuro deve partire dal proprio passato, puntando sulla storia e sulla credibilità delle testate. La qualità dei contenuti deve sempre essere priorità e ogni storia va scritta bene, analizzando gli eventi, e puntando su nuove idee interessanti per i lettori. È questa la scommessa di the new’s room: qualità e multimedialità (perché avrà una web radio e una web tv, oltre al sito). E parlerà a tutti con un linguaggio nuovo, quello dei giovani che amano l’Italia.

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