Impact investing: benefici non solo finanziari

Tra gli addetti ai lavori se ne parla da tempo, e con sempre più interesse: impact investing. È il nuovo trend che sta catalizzando l’attenzione dei grandi investitori. È un ramo degli investimenti in costante crescita. Riguarda tutti quegli investimenti che generano benefici per il benessere della popolazione, per la società e per l’ambiente (comportando anche al contempo un ritorno di utili). Per dare un’idea della portata del trend basta guardare alle cifre. Stando al Global Impact Investors Network (Giin), nel 2018 l’ammontare di capitali investiti nel settore è stimato attorno ai 228 miliardi (il doppio dell’anno precedente).

Il termine nasce intorno al 2008, nel pieno di un dibattito più ampio — acuito dalla crisi — che riguardava nuovi modi di investire. Coniato dalla Rockefeller Foundation, l’impact investing è una specie di costola del Socially responsible investment (Sri) — dove cioè i criteri di investimento riguardano ambiente, governance e ambito sociale (e il cui valore, dai numeri dell’ultimo Global sustainable investment review, è di circa 23mila miliardi di dollari). La differenza rispetto all’Sri riguarda il fatto che non si investe per il semplice fatto di prevenire scenari nefasti. Si investe perché quel dato investimento produca anche benessere (oltre al profitto).

Ciò si traduce in scelte d’investimento etiche che riguardano la crisi migratoria, l’inquinamento degli oceani e dei mari, la sostenibilità nella produzione industriale di cibo, la diminuzione dell’inquinamento atmosferico e così via. A fornire delle linee guida in proposito sono state le Nazioni Unite, nel 2016, stilando i cosiddetti Sustainable Development Goals (Sdgs), anche detti semplicemente “global goals” — cioè degli indicatori che segnano gli obiettivi di investimneto in rapporto alla loro sostenibilità.

Da un punto di vista etico è rilevante la svolta prospettica: l’impact investing nasce proprio nella misura in cui non solo il mercato è “favorevole” a questo tipo di investimenti (soprattutto visti gli utili), ma anche dal fatto che sia risultato gradualmente insostenibile dare priorità alla mera massimizzazione del profitto per aziende e azionisti, escludendo in tal senso le conseguenze dannose che quegli investimenti avrebbero comportato — o che tutt’ora comportano.

Ad aver recepito l’antifona della torsione etica cui il capitalismo è stato (fortunatamente) costretto è stato anche Larry Fink, Ceo di Blackrock — vale a dire il più grande fondo d’investimenti al mondo —, il quale ha scritto che “per prosperare nel tempo, ogni azienda deve non solo fornire prestazioni finanziarie, ma anche mostrare come contribuisca positivamente alla società”.

Per quanto riguarda il Vecchio Continente i numeri sono positivi. Come viene riportato nell’European Sri Study, l’Impact Investing “continua a crescere registrando un tasso annuo di crescita composto del 52% in sei anni e un patrimonio di 108 miliardi di euro, da soli 20 miliardi di euro nel 2013. Nei prossimi anni vedremo una maggiore crescita per questa strategia, in quanto diventa sempre più allineata con Sustainable Development Goals (Sdg)”. E poi il settore retail, che passa dal 3,4% nel 2014 al 30% nel 2018. La spinta è anche dovuta alle iniziative che sono state prese in proposito dall’Ue. Misure che promuovono e regolamentano il settore come l’Action Plan o la risoluzione del Parlamento europeo sulla finanza sostenibile non fanno che incentivare gli investimenti di impatto.

A decidere se l’Impact investing sarà solo un trend passeggero o meno lo si vedrà solo nei prossimi anni. Nel frattempo, cercando di fare una proiezione, risulta rilevante un dato che emerge da una ricerca di Us trust Bank of America: tra gli High net worth individual (Hnwi) nati dopo il 1980 il 77% investe tenendo presente i criteri di sostenibilità. Segno ulteriore del fatto che tra i giovani sia più marcata la sensibilità verso tutti quei temi legati alla sostenibilità. A differenza delle generazioni precedenti.

Condividi su:
TAG:
<
>