I post-pensionati

Uno dei vezzi cinici più in voga tra i giovanissimi è quello di considerare la pensione come un animale fantastico. C’è però un’Italia che la pensione l’avrebbe pure raggiunta, ma di uscire dal mercato del lavoro proprio non ne vuol sapere. Dimenticate gli umarell, gli anziani che passano le giornate a guardare i lavori nei cantieri: il post-pensionato ha preso molto seriamente l’allungamento delle aspettative di vita e il fatto che i nipoti da accudire siano sempre di meno.
Ventiquattr’ore nella giornata di chi non riesce a smettere possono iniziare molto presto, come nel caso dell’impiegato in banca che si è reinventato bioagricoltore una volta chiesta la pensione anticipata. La vecchia portinaia finisce di spazzare le scale e dà il buongiorno all’amministratrice locale, una vita passata in politica e riciclatasi a 70 anni in un incarico di minor pregio. A ora di pranzo i volontari over-65 di una Onlus distribuiscono pasti a disabili con problemi di deambulazione, mentre nel primo pomeriggio il Professore emerito trova il tempo di andare a lezione, destreggiandosi tra oneri e onori dei suoi numerosi incarichi in facoltà. E torna a casa verso le 18.00 l’operaio pensiona- to talmente specializzato, che l’azienda gli ha chiesto di poter continuare part-time non essendo riusciti a trovare un altro come lui.
I post-pensionati sono dappertutto e vivono in mezzo a noi. Li trovi sui siti degli annunci di lavoro, dove compaiono spesso accanto alla parola “tuttofare”, tra fattorini automuniti, giardinieri, antennisti, muratori per lavori di ristrutturazione. Un mondo fatto anche di consulenze ben retribuite per (ex?) liberi professionisti, ma anche fatto di tanto lavoro nero, specie tra i pensionati di provincia che vanno a rimpolpare la quota dei 3 milioni di lavoratori irregolari in Italia.

Sono 442mila i pensionati che si dichiarano “occupati”, in calo rispetto al 2011. Ma a lavorare sono circa 1,5 milioni se consideriamo la categoria di persone “attive”, cioè chi ha lavorato almeno un giorno nell’ultima annualità di riferimento.

Se la crisi può aver acuito il fenomeno, quasi mai il motivo che li spinge è solo quello di integrare assegni sociali insufficienti al sostentamento familiare. Molti semplicemente hanno ancora voglia di fare e credono che lavorando si invecchi meglio. Altri non riescono a distaccarsi da una routine che li ha tenuti impegnati per tutta la vita, palesando la difficoltà di concepire l’età del ritiro come veniva vista un tempo.

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