Hi-tech ricondizionato, un business intelligente e dal cuore green

L’enorme quantità di tecnologia che usiamo e successivamente buttiamo ha un prezzo, e non solo in termini commerciali. A margine delle due neo-patologie, ovvero l’obsolescenza programmata e quella percepita, che stanno affliggendo i prodotti hi-tech (l’esempio più comune per spiegare questo fenomeno, è quando un nuovo smartphone ci dà molto poco rispetto al vecchio, ma quest’ultimo diventa obsoleto dal momento in cui si viene attratti dal desiderio del ricambio), sorge spontaneo un dubbio: ma dove va a finire la cyberimmondizia che produciamo?

I cosiddetti rifiuti da apparecchi elettrici ed elettronici (Raee) sono un problema emergente, e a dir poco allarmante. A livello globale, ai giorni nostri, vengono prodotti 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, mentre nel 2050 è previsto il superamento di 120 milioni. La destinazione ultima di queste ingenti quantità di e-waste sono in primis le discariche abusive, gli smaltimenti irregolari o l’export illegale verso continenti come l’Africa (dando vita a scenari come quello di Agbogbloshie, un sobborgo di Accra). In altre parole, se volessimo quantificare ulteriormente la quantità di Raee, vengono prodotti l’equivalente di 4.500 Torre Eiffel, per un giro di affari – in caso di uno smaltimento corretto – di 62,6 miliardi di dollari.

Per essere chiari: all’interno di rifiuti come lavatrici o frigoriferi, sono presenti gas refrigeranti (Cfc, Hcfc, Hfc) e ritardanti di fiamma bromurati che, se non trattati con le giuste cautele, possono causare danni irreparabili, per l’ambiente e l’uomo: se rilasciati in atmosfera danneggiano lo strato di ozono, mentre negli esseri umani favoriscono il cancro alla tiroide. Non solo. Il valore dei Raee è influenzato dalla presenza di elementi preziosi come ferro, oro, argento, rame e alluminio, ma anche di quei componenti cosiddetti terre rare (lantanio, ittrio, cerio, samario), ambìti in particolare dalle industrie militari e aerospaziali. Detto questo, però, la percentuale di Raee correttamente smaltita rimane molto bassa: in termini globali è solo del 20%.

Sebbene per i Grandi bianchi (i Raee di grosse dimensioni) la via dello smaltimento sia la più papabile, anche se molto complessa e inquinante, per gli apparecchi di piccole dimensioni la possibilità di una seconda vita non è un’ipotesi così remota. Sul modello virtuoso dell’economia circolare, il mondo degli smartphone (assieme a tablet e laptop, anche se con meno successo) apre le porte all’opzione ricondizionato. Apple, Samsung, Huawei, OnePlus e Xiaomi rigenerano (in maniera certificata o per mano di store indipendenti), resettano e molto spesso forniscono di una nuova batteria gli apparecchi per poi rivenderli a un prezzo competitivo e decisamente inferiore a quello dei top di gamma. “Più del 52.4% degli italiani tiene il vecchio dispositivo inutilizzato nei cassetti di casa”, avverte Fabian Thobe, Ceo di riCompro, azienda leader in Italia nel mercato dei ricondizionati. “Il danno economico è di oltre 3,4 miliardi di euro, ovvero il valore degli smartphone rimasti inutilizzati a livello nazionale. Senza contare l’impatto ambientale: la produzione, l’assemblamento e il trasporto al punto di vendita di un singolo iPhone 6 comporta la produzione di circa 81 kg di Co2. Le emissioni di Co2 all’anno sono tra 600 milioni e più di 1,1 miliardi di Kg”.

Secondo i numeri di Counterpoint Technology, il mercato dei ricondizionati conta circa il 10% dei telefoni venduti per un valore di 17 miliardi di dollari e di 120 milioni di apparecchi rigenerati a livello globale. Un business, pertanto, che strizza l’occhio anche ai temi ambientali, in quanto l’Unione europea ha calcolato che nel 2020 nel Vecchio continente ci saranno 12 milioni di tonnellate di cellulari, computer, tablet, frigoriferi, lavatrici, da smaltire.

Non più utopia, quindi, ma uovo di Colombo. E se negli States è una pratica assodata, passo dopo passo, sta emergendo come soluzione anche nel Bel Paese dove, a favor di economia nazionale, tale mercato sta riscuotendo un successo calcolabile in un giro d’affari ultra milionario.

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