Questo hamburger salverà il mondo?

Siccome Greta Thunberg ci guarda – a me e a quelli come me che non hanno ricevuto una vera e propria educazione ambientale significativa – da qualche tempo sto cercando di adeguarmi a uno stile di vita sostenibile. Faccio la raccolta differenziata, a volte rinuncio alla macchina e tento di ridurre il consumo di plastica. Tutto questo ha però delle conseguenze. Le peggiori litigate con il mio fidanzato non le faccio più per chi deve lavare i piatti o rifare il letto, ma su chi ha colpevolmente messo la plastica non lavata nel cestino differenziato. A volte invece, pur di non guidare la macchina in città, mi trasformo in una sorta di atleta di triathlon cittadino che fa la spola con la bici fino alla fermata del tram o dell’autobus e poi fino al lavoro e viceversa, ignara dell’umido che la città dei sette colli è in grado di regalarti anche per pochi chilometri. Sono piccoli sacrifici grotteschi ma necessari affinché il sistema conquisti la spinta utile per trasformarsi nel suo insieme.

Tuttavia, fino alla realizzazione di questo numero non avevo ancora pensato di coinvolgere anche il cibo nell’adozione di una vita più ‘green’. Se è vero che, come riporta il New York Times, la carne, soprattutto manzo e agnello, produce il 14,5% dei gas emessi nell’intero anno, cominciare ad adottare un’alimentazione a ‘manzo zero’ può essere una strada urgente da percorrere. Del resto cosa sarà mai assumersi il rischio di consumare un hamburger di fake meat e trovarlo disgustoso, in confronto alla possibilità di prendere – a Roma purtroppo è capitato spesso – un autobus urbano che potrebbe andare in fiamme? Ecco, nulla. Eppure se penso al consumo di hamburger vegetale come possibile passo avanti della civiltà, non punto solo all’hamburger veg che si compra al supermercato e che si impara a cucinare, ma anche alle offerte della ristorazione commerciale. Questo perché rimango convinta del fatto che concepire l’alimentazione eco-friendly solo come un fenomeno di nicchia al riparo dalle abitudini comuni come quelle del pasto fuori, sia un modello che purtroppo lascia fuori i tanti moderati dell’ambiente. Invece sono più in cerca di una realpolitik del green che tocchi le grandi masse e che così facendo costringa i player a lavorare sulla qualità per venire incontro a tutte le nuove sensibilità. E allora provo a proiettarmi per un’ora nella dimensione dell’hamburger alternativo servito al ristorante, anzi al fast food. Scelgo la soluzione 100% vegan di un’azienda italiana e assaggio il loro panino vegetale; vero e unico core business dell’attività con sede anche a Roma. Mi trovo quindi di fronte a un pane giallo, grigio, rosa o addirittura celeste, disponibile per il consumo in un locale curato nel design ma con tavoli grandi e sociali.

Diciamo subito che l’estro della colorazione fa dimenticare il fatto che si stanno per pagare quasi 10 euro per un piatto che non verrà servito e perlopiù fatto ‘solo’ di verdure e cereali. Per il cliente è un aspetto da non sottovalutare. Perché la percezione, magari non esatta, è che il costo sia gonfiato parecchio rispetto all’effettivo importo della materia prima ‘povera’. Per fare un paragone, una nota catena con sede a Roma che fornisce un servizio simile accanto alla carne, ha un costo medio di 7 euro. Nonostante questo il mio burger fluo di fagioli e seitan con formaggio cheddar rigorosamente vegan, è buono e possiede ciò che chiederesti a un fast food tradizionale. È pronto velocemente ed è voluminoso al punto da mettermi in difficoltà quanto un cheeseburger canonico, (lo sbriciolo a pezzi, lo addento tutto insieme, chiedo le posate o lo mangio con le mani?). Però, rispetto a tutto ciò che ruota intorno all’hamburger tradizionale in termini di atmosfera, ampiezza dell’offerta alimentare e costo competitivo, qui siamo un passo indietro. E allora diciamo pure che la ristorazione fake meat, sulla base di questa piccola esperienza e dal fatto che i prodotti Beyond Meat, società americana di finta carne molto in voga e quotata a Wall Street, non vengono oggi serviti né a Roma né a Milano ma solo a Bologna e in altri piccoli centri, non sembra essere abbastanza sviluppata – per ora – da evitare di rimpiangere i menù vari ed economici del fast food tradizionale. Anche se la direzione è giusta. Perché Greta ci guarda, non dimentichiamolo.

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