Prima di Greta: Primavera silenziosa

Nel 1962 esce un libro dal titolo suggestivo e allo stesso tempo inquietante: Primavera silenziosa. A scriverlo è una donna di 55 anni, Rachel Carson, una biologa marina. Il mondo è uscito da nemmeno vent’anni dalla Seconda guerra mondiale e si ritrova nella Guerra fredda. L’anno prima, nel 1961, è stato costruito il Muro di Berlino. In quello stesso 1962 c’è la crisi dei missili di Cuba. L’uomo si preoccupa per la prima volta in modo così intenso che la propria fine possa avvenire non solo per quello che può capitargli attorno, nei pochi chilometri quadrati in cui solitamente si svolge una vita, ma per quello che avviene nello sterminato palcoscenico del mondo.

Ma, nonostante tutto, è un periodo di benessere: ci sono cibo e beni di consumo in abbondanza. Gli Stati Uniti, che devono recuperare le enormi spese sostenute durante la guerra, sono il propulsore economico e immaginifico dell’Occidente: “Gli americani ci hanno colonizzato l’inconscio”, dirà una volta il regista tedesco Wim Wenders. Per esempio, col Piano Marshall, in Italia arrivano soldi e alimenti, ma anche film.

Dunque si deve produrre la maggiore quantità di prodotti, soprattutto cibo, con la minore dispersione possibile. La guerra ha lasciato due cose: un importante sviluppo chimico a scopo militare e degli aerei. Nella seconda metà degli anni ’50 partono negli Stati Uniti le prime massicce campagne di disinfestazione aerea delle aree rurali o persino urbane – come a New York – contro gli insetti che rovinano i raccolti. Si usano il Ddt (al cui scopritore fu assegnato il Nobel), il clordano, la dieldrina, l’aldrina, l’endrina e altri pesticidi. Tutto sembra andare per il meglio: i raccolti sono protetti dalle infestazioni, la tecnologia che la guerra si è portata dietro è stata recuperata a scopo civile. Ma, a un certo punto, dicevamo, arriva Rachel Carson con la sua Primavera silenziosa. Diciassette capitoli e una premessa in cui smonta, punto per punto, senza enfasi né proclami ideologici, come un pugile di resistenza più che di aggressione, questo modo di relazionarsi alla natura. Porta dati, resoconti di esperimenti scientifici, quadretti inquietanti di zone un tempo idilliache e ora prive di pesci o di uccelli – dove la primavera è diventata silenziosa -, storie di gente ammalata di cancro o di disturbi mentali nelle zone in cui sono state fatte disinfestazioni massicce o morta per aver inalato pesticidi o mangiato cibo contaminato.

L’impatto del libro, alla sua uscita, fu significativo anche grazie alla pubblicazione di alcuni estratti sul «New Yorker» e a un programma che la Cbs gli dedicò: gli americani si svegliarono scioccati da un grande sogno. Il presidente Kennedy fu costretto a indire una conferenza stampa che avesse come oggetto il libro e a istituire una commissione per verificarne le conclusioni, messe in dubbio da molti, in particolare dalle grandi aziende chimiche che attaccarono personalmente Rachel Carson, in quanto donna, definendola “un’isterica”.

Nonostante i dubbi, i discrediti e gli attacchi, quella paura che serpeggiava per la guerra nucleare si affiancò a una paura, forse più concreta, per quello che mangiavano, per l’aria che respiravano, ma sempre con la stessa sensazione che il timore della fine fosse da cercare non più qui attorno, ma nella complessità dei meccanismi globali. Nel vocabolario comune, anche italiano, grazie a questo libro, tradotto nel 1964 da Feltrinelli, entrarono la parola “cancerogeno” così come “ecologia”. E la parola “ambiente”, a quel tempo, “non faceva parte del vocabolario politico”, scrisse nel 1999 Al Gore, vice-presidente degli Stati Uniti al tempo di Clinton e Premio Nobel per la pace. Ancora oggi, tiene il ritratto di Rachel appeso in ufficio assieme a quello dei grandi leader politici: “Può darsi che la stessa specie umana, o almeno innumerevoli vite umane, si salveranno per le parole che lei ha scritto”.

Rachel Carson morì due anni dopo l’uscita del libro, per un cancro. Nel 1992 Primavera silenziosa fu scelto, da un comitato di intellettuali americani, come il libro che aveva esercitato la maggiore influenza nel secondo ‘900.

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