Giovani e partecipazione politica. Da click activism a cittadinanza reale.

Apatici e individualisti fino al parossismo. Anzi fino al narcisismo. E in politica disinteressati, dediti all’astensionismo scriteriato. Non nascondiamoci, almeno una volta ci è capitato di sentir descritti i giovani in questo modo.
Eppure non sembrano mancare i valori alla generazione Y, anche se diversi da quelli dei loro genitori. Un recente studio Ancc-Coop ci dice che la cura dell’ambiente, ad esempio, è al primo posto nella scala valoriale dei millennials italiani. Ma guardano di buon occhio anche le idee di sostenibilità, condivisione, beni comuni.

E partecipano, sempre in modo differente da chi li ha preceduti. Resta la sfiducia nelle forme tradizionali di rappresentanza, soprattutto partitica, anche per via di una progressiva de-ideologizzazione. Emily Ekins del Cato Institute ha recuperato un termine da guerra fredda per descriverli, quello di non allineati. Che calza loro a pennello.

Sfiducia nei partiti tradizionali non vuol dire necessariamente disinteresse. Modi di partecipazione non convenzionali, specie attorno a problemi del territorio, restano tra i più gettonati dagli under 35 secondo un’indagine Demos, mentre l’attivismo politico si canalizza soprattutto in manifestazioni di protesta, volontariato e associazionismo.

D’altronde sono le lunghe, spesso estenuanti, sessioni di dibattito in tempo reale sui social a dimostrare che, in politica, la generazione Y vuole dire la sua. In un sondaggio Eurobarometro il 42% dei giovani europei ha affermato di esprimere le proprie idee politiche principalmente sui social. Lo spazio virtuale motiva i millennials perché in fondo li rappresenta, li fa sentire a proprio agio. Con il rischio però che click activism e cittadinanza digitale portino a forme di partecipazione poco incisive, se non sterili.

Perché, al netto della crisi del sistema partitico, l’impatto maggiore sul processo decisionale lo si dà ancora attraverso il voto. L’astensionismo ha un prezzo, quello di restare intrappolati in un loop: i giovani snobbano le elezioni e chi fa politica evita di puntare sul cavallo perdente. Senza politiche mirate, i giovani si allontano sempre di più e il loop si rialimenta. A complicare il quadro, altri due dati strutturali. Primo, se alle ultime presidenziali i millennials Usa erano già tanti quanti i loro genitori, in Italia la piramide demografica rovesciata e la maggiore aspettativa di vita terranno gli attuali under 35 ancora a lungo al palo. Secondo, ed è anche il motivo per cui restano un enigma per la classe politica, la generazione Y resta fortemente disomogenea al suo interno. Questo rende difficile per gli altri inquadrarla, ma anche per i loro membri coalizzarsi.

Ci si può emancipare da questa spirale di marginalità politica cercando appigli comuni per ricomporre le diversità nello stesso blocco generazionale. Precarizzazione, ma anche essere nati con la tecnologia ed essere cresciuti con la crisi, possono essere punti di partenza affinché ciò che li unisce, compensi anche la loro subalternità numerica. Soprattutto non deve essere la poca fiducia nel futuro a far cadere i giovani nell’immobilismo. L’alternativa è una rabbia perenne che non si sfoga mai, almeno non in forme politiche attive. Il loop si può spezzare, ma solo reagendo.

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