Generazione Trump. That’s democracy baby.

Trump? Ho supportato Trump, certo che sì.
Perché Donald Trump vuole lasciarci liberi. Io non sono come quelli che vogliono far controllare tutto al governo”

Chiosa orgoglioso Logan poco prima del 51° Super Bowl, uno dei più eccitanti della storia del football americano. Ha 25 anni, una laurea in Computer Science, e lavora nel campo della sicurezza: al pensiero di un Presidente “law and order”, ha sentito il proverbiale odore del sangue. Ma allora perché anche Will, specializzato in Sport Journalism, appassionato di scrittura, assistente in una scuola pubblica, ha preferito Trump alla Clinton? “Per la pura e semplice, minima chance, che qualcosa cambi. Hillary sarebbe stata sempre la stessa storia. E non è stato mica facile parlarne a casa”.

Facile credergli: negli Stati Uniti, al di fuori di talk show, giornali, e spazi ben delimitati della realtà fisica e virtuale, la politica è fondamentalmente un argomento off-limits. Uno degli aspetti positivi del fenomeno Trump è stato proprio quello di ridare respiro al dibattito pubblico, liberandone un’anima pop, indisciplinata, in fuga dai confini a tratti asfissianti del “politically correct”. È stato sorprendente ritrovarsi in un pub, con un gruppo di ufficiali della Marina, a discutere le ultime dalla Casa Bianca. Almeno fino a quando qualcuno non ha chiesto: “Stiamo davvero parlando di politica il venerdì sera?”

Il “risveglio Trumpiano”, che poi è il risveglio della politica in globovisione, ha trovato la generazione Y statunitense, quella dei millennials, pronta solo fino ad un certo punto. E se Hillary Clinton ha accumulato il voto del 55% dei cittadini tra i 18 e i 29 anni, la loro affluenza totale è rimasta al palo del 50%, più o meno al pari del 2012. Una ricerca dell’Università di Harvard ci consegna la fotografia della polarizzazione tra i giovani Democratici, spaventati da un Paese che stentano a riconoscere, e i Repubblicani, che vivono un momento di eccitazione per la “Grande America” profetizzata da The Donald. Di questi ultimi, prevalentemente bianchi e di provincia, ho avvertito un palpabile entusiasmo tra la folla che a Washington, il 20 gennaio, ha inaugurato il nuovo Commander in Chief.

La generazione Y in Europa appare vittima di un sentimento crepuscolare, di una rassegnata malinconia per un’età dell’oro più vagheggiata che realmente vissuta sulla propria pelle. Di un “meglio” ideale che sarebbe dovuto arrivare, e che non verrà. Pare invece che la gioventù d’oltreoceano, o perlomeno una buona parte di questa, seppur attraversata da quella dolce apatia da età di mezzo (lo slack, in gergo), non abbia rinunciato a quello spirito di frontiera che era dei nonni e dei padri. Quello per cui, in un modo o nell’altro, nel bene e nel male, la ricerca dell’oro non finisce mai.

L’avvento di Trump è, in fondo, un’altra manifestazione di quel qualcosa che non gli puoi proprio togliere: libertà. Qualunque significato ciascuno voglia dargli. Libertà di fare il proprio lavoro, libertà “to make money” (ripetuto come un mantra, di continuo), libertà di opporsi allo status quo, libertà di dire (ma non fare) un po’ quel che si vuole. E libertà di ergere muri, infine, anche a scapito di libertà altrui.

That’s democracy, baby!

Condividi su:
<
>