Fra il dire e il fare c’è di mezzo Mare Milano

Nella periferia nord-ovest di Milano si esibiscono musicisti del Mali e artisti olandesi, nascono pomodori funky e c’è persino il mare. Non è l’inizio di un racconto di fantasia, ma la realtà quotidiana di Mare culturale urbano: una startup che vuole ripartire dalle periferie alla ricerca di un nuovo modello di sostenibilità sociale ed economica. L’obiettivo è creare qualcosa che in questa periferia ancora non c’è – esattamente come il mare a Milano – ovvero un’aggregazione fondata sulla produzione artistica.

Andrea Capaldi, 38 anni, attore, è uno dei fondatori della startup e racconta come ha fatto a portare il mare della sua Napoli nel cortile di Cascina Torrette a Milano, cuore pulsante del progetto.

«Questo – racconta – è un quartiere che ha sempre offerto poco dal punto di vista socio-culturale. Ci sono zone più povere e a rischio disagio accanto ad altre meno problematiche, ma in generale le possibilità per i giovani scarseggiano. Mare culturale urbano nasce proprio qui, e non in zone più centrali di Milano, per creare un luogo di produzione culturale dove le persone possano crescere e non solo incontrarsi saltuariamente».

A chi vi rivolgete, oltre ai giovani di questo quartiere?

«Mare culturale urbano è ben radicato nel territorio e si rivolge a tutti, giovani e non. Vogliamo far sì che questo luogo sia vivo, attraversato dalle persone che abitano in questa zona e da quelle che vengono da più lontano. Ci piacerebbe diventare un punto di riferimento per la comunità artistica internazionale, ed è quello che stiamo cercando di fare, sempre senza perdere di vista la nostra vocazione territoriale».

Come fate ad attrarre artisti internazionali?

«Ad esempio con le residenze artistiche. Mettiamo a loro disposizione degli spazi dove poter vivere per un certo periodo di tempo, realizzando e presentando le proprie creazioni al pubblico».

Avete organizzato residenze artistiche di recente?

«Sì, abbiamo ospitato una compagnia di attori olandesi per tre mesi, che ha costruito uno spettacolo trasformando gli abitanti del quartiere in protagonisti».

In questi giorni avete invitato Baba Sissoko e i Funky Tomato. Chi sono?

«Baba Sissoko è un polistrumentista maliano molto apprezzato a livello internazionale e i Funky Tomato sono specializzati nella produzione di pomodoro a filiera partecipata, contro lo sfruttamento dei lavoratori e il caporalato»

Che programmi avete per il futuro?

«Stiamo per costruire un centro di produzione culturale di 9000 mq con due teatri, tre cinema, studi di registrazione, sale prova e atelier per artisti visivi in un terreno poco distante dalla cascina. Sarà un grande hub creativo».

Qui a Cascina Torrette vi occupate di arte, ma anche di mestieri: Mare culturale urbano al momento dà lavoro a 24 persone, tra cucina, bar, coworking, sale prova e manutenzione dello spazio. Quali progetti state sviluppando per i giovani?

«Abbiamo appena avviato un progetto di inserimento lavorativo in senso informale, ma vorremmo sistematizzarlo al più presto, con l’obiettivo di far crescere delle professionalità. Il nostro sogno sarebbe quello di inserire ragazzi senza competenze specifiche in un percorso professionale: al momento stiamo sperimentando l’area food and beverage, ma in futuro potremmo espanderci verso altri campi».

Produzione artistica, inserimento lavorativo e produzione partecipata sono i tre motori di Mare culturale urbano. In cosa consiste il terzo?

«Gli arredi del centro sono fatti da tutti. Questo perché accanto alla cascina c’è una falegnameria temporanea dove chiunque può dare il proprio contributo alla creazione dei progetti. Abbiamo collaborato anche con realtà importanti come Ied, Naba e Politecnico, avviando dei corsi per gli studenti di queste scuole».

Cos’è per voi una periferia sostenibile?

«Un luogo dove avviene uno sviluppo collettivo».

Foto di Cinzia Caserio
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