Fenomenologia dello stato WhatsApp

Stretta di mano decisa, segno di forte personalità. Un monito ricorrente, da quando la psicologia ha evidenziato le corrispondenze fra le modalità del più comune gesto di presentazione e gli aspetti tipici del carattere umano. Ma in tempi in cui le relazioni vis-à-vis subiscono l’erosione dei rapporti virtuali, l’uomo ha saputo trovare in questi ultimi, un indicatore della personalità rapido ed efficace quanto la stretta di mano. Social network come Twitter e Instagram assegnano questa funzione alla cosiddetta bio, ma il nostro studio di caso vuole analizzare la struttura più essenziale in assoluto: lo stato Whatsapp.

L’app di messaggistica istantanea più usata al mondo consente di creare un profilo minimo, composto da nome, immagine del profilo e appunto dal cosiddetto stato.

Una volta creato l’account, il sistema imposta automaticamente uno stato che recita testualmente “Hey there! I am using Whatsapp”.

Una rilevante percentuale di utenti decide di mantenerlo, evidenziando, nella maggior parte dei casi, totale (e ingiustificato!) disinteresse, o in alternativa una tattica molto prudente che mira a non dare punti di riferimento al nemico. Al contrario, coloro che vogliono personalizzare il proprio stato si trovano davanti a un bivio campale: scriverne uno originale o approfittare di quelli che Whatsapp paternalisticamente suggerisce.

La scelta all’interno del menu fisso va da “Disponibile” a “In riunione”, passando per “Batteria quasi scarica” e numerosi altri dello stesso tono, che esprimono grande pragmatismo e massima serietà; grande eccezione la simpaticissima variante “In palestra”, molto comune fra gli olimpionici di corsa al buffet.

Una volta esclusi l’ignavo “Hey there!” e la seriosa lista, si staglia dinnanzi all’utente un vero e proprio oceano di possibilità, entro cui è necessario fare ordine, per arginare la dilagante e preoccupante agorafobia che porta a rifugiarsi in nichilismi come “***nessuno stato***”.

Innanzitutto, è necessario registrare gli stati composti esclusivamente da emoji, che possono formare un frizzante rebus o espletare la funzione di descrivere lucidamente la persona attraverso il musetto stilizzato di un maialino.

Se invece si opta per le parole, la distinzione fondamentale è basata sulla lingua, con italiano e inglese che dominano la scena a mani basse.

Dulcis in fundo, i contenuti. A fare da padrone le citazioni, in particolare quelle musicali. Pare che dal Dakota di Manhattan, Yoko Ono abbia dichiarato di provare immensa stima per coloro che hanno scelto una frase di “Imagine”.

Citazioni, ma non solo autoreferenziali. Una recente indagine statistica ha evidenziato che la maggior parte degli utenti ammette di scrivere la frase di presentazione in funzione di un destinatario ben preciso, spesso corrispondente al partner sentimentale. Uno stato sempre più decisivo, dunque, capace di essere demiurgo o killer di una relazione. Fra le ragioni del cuore e le ragioni sociali, insomma, a dominare è la ragion di stato.

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