Evoluzione in corso: mercato (auto) ibrido

Cinquecentododici vetture. Le auto elettriche vendute in Italia nel 2013, mentre nel resto del mondo la rivoluzione verde nel settore automotive sembrava già in essere, avrebbe più o meno riempito un solo piano del parcheggio di un centro commerciale qualsiasi. Un inizio non incoraggiante per il mercato italiano che sembrava trovarsi di fronte a una questione irrisolvibile: l’auto elettrica non decolla perché non ci sono le colonnine di ricarica o le colonnine di ricarica latitano perché non ci sono auto elettriche da ricaricare? Una questione complessa, aggravata dal fatto che per molto tempo sono state completamente assenti politiche di programmazione e che spesso le grandi aziende hanno ignorato il tema o realizzato proclami caduti nel vuoto. I 700 lavoratori siciliani dell’ex stabilimento Fiat di Termini Imerese ad esempio, stanno ancora aspettando che l’azienda Blutec inizi la produzione di auto ibride ed elettriche per la quale ha incassato 21 milioni di euro di finanziamenti pubblici dallo Stato (e anni dopo, anche l’arresto del presidente e dell’amministratore delegato per malversazione).

Le cose però sono andate via via migliorando soprattutto grazie alle nuove istanze climatiche poste dall’opinione pubblica. Così, mentre il Senato spostava di dieci anni più in là il completo superamento delle auto con motori a benzina o a diesel – dal 2030 al 2040 – qualcosa ha preso a muoversi. Ad esempio, secondo uno studio realizzato da Enel X e Symbola, nel 2018 le vendite di veicoli elettrici lungo la Penisola sono raddoppiate (10mila unità, rispetto alle circa 5mila dell’anno prima). Una crescita incoraggiante ma relativa dato che al gennaio 2019 auto ibride plug in (sia motore a combustione che motore elettrico) e auto elettriche rappresentano circa lo 0,4% del nostro parco circolante. Una lenta ascesa, la cui principale zavorra è ancora – a 6 anni dal 2013 – la scarsa infrastrutturazione del Paese. Le colonnine di ricarica presenti in Italia sono appena 4.207, una ogni 14.388 abitanti. In Germania per dire, sono 22.708, una ogni 3.620 persone. Il tutto nonostante i 33 milioni di euro già stanziati ma mai utilizzati per costruire le infrastrutture necessarie e appena rimessi in campo – al momento solo attraverso il canonico annuncio su Twitter – dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli.

In realtà però, lungo lo Stivale, un cambio di paradigma nel settore automotive sta realizzandosi, ma non a vantaggio del comparto elettrico. Gli automobilisti e consumatori italiani per la prima volta dal settembre di un anno cruciale come il 2013 hanno smesso di acquistare auto diesel preferendo quelle a benzina. Un cambio di orientamento che sa di attendismo, un “vediamo che succede” che frena l’intero mercato dell’auto nella Penisola: nel primo mese del 2019 ad esempio, ha perso il 7,5% di valore rispetto all’anno precedente. Una situazione a cui l’esecutivo giallo-verde ha aggiunto la discussa eco-tassa da molti considerata solo una misura propagandistica priva di impatto reale se non sul tessuto economico italiano dato che colpisce fortemente la produzione italiana di Fca. Tuttavia, come ha ben spiegato in una recente intervista il patron di Brembo Alberto Bombassei, “se in Europa smettessimo di produrre macchine a gasolio o a benzina e facessimo soltanto più auto elettriche, perderemmo un lavoratore su tre. Compri il motore, compri la batteria e il 60% del valore dell’auto ce l’hai. Ma un milione di europei non avrebbe più una occupazione”.

È evidente come la decarbonizzazione dei trasporti, in Italia, rischia di diventare un pericolo per l’economia piuttosto che un’opportunità. Per questo, secondo diversi esperti il Governo ha provato a rimediare rendendo “mobili” le risorse messe in campo per gli eco-incentivi: solo 20 milioni di euro saranno utilizzati nel 2019, il resto – almeno 40 milioni – slitteranno all’anno successivo per consentire ai gruppi automobilistici, compresa Fca, di presentare i propri modelli di auto elettrica. Una strategia che se da un lato appare sensata dall’altro dimostra tutto il nostro ritardo e rimanda, ancora una volta, una vera rivoluzione verde sulle strade italiane.

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