Educare alla bellezza. È possibile?

Mamma, papà, cosa vuol dire bello? La domanda che i nostri figli ci pongono, prima o poi nella fase della loro infanzia, ci coglie inevitabilmente impreparati. Non solo perché il linguaggio da adottare con i bambini non è lo stesso che usiamo nella vita di tutti i giorni, ma soprattutto perché definire un concetto astratto così complesso come quello di bellezza risulta un’impresa ardua. Ai limiti dell’impossibile. Spiegare loro il significato di questa parola, vuol dire anche trasferire loro il concetto di senso critico, quello strumento che nella vita serve per giudicare il mondo che ci circonda.

Il bello e i bambini

Le circostanze quotidiane, lo stile di vita frenetico possono spesso essere nemici della concentrazione e dell’osservazione della realtà circostante e molto di frequente, tendono ad allontanarci dal concetto di bello assoluto. Anche i bambini percepiscono questo straniamento provato dagli adulti. Per questo, diventa sempre più centrale la sensibilizzazione al tema del bello.
Educarli alla bellezza non è come insegnare loro mnemonicamente l’alfabeto o le tabelline. Bisognerebbe abituarli al bello ritagliando del tempo alla routine per cercarlo nel quotidiano, nella semplicità, nella natura. Solo attraverso questo allenamento si aiutano i bambini a sviluppare quel “senso”. Non si tratta, dunque, solo di soffermarsi alla percezione estetica, ma insegnare a rintracciare nella realtà una qualità positiva. Ciò porta a vivere e sperimentare un’esperienza verso il bello, maturando un elemento fondamentale: il senso critico su cose, persone, situazioni.


Lo stimolo di cui il bambino ha bisogno è la sfida a sperimentare la sua personale interpretazione della bellezza, aumentando così la sua capacità di osservare e riflettere. Diversi psicoterapeuti e psicologi dell’età evolutiva si sono confrontati sull’utilità dell’educazione al bello rivolta ai più piccoli. Come in molte branche della scienza, non c’è un parere concorde: molti – partendo dai saggi più autorevoli in materia – hanno concluso che si può educare al bello attraverso piccoli esercizi quotidiani: disegnare, colorare e dipingere senza costrizioni o imposizioni, coinvolgere i bambini in attività multi-sensoriali come ascoltare la musica e creare insieme a loro. Lasciarli esprimere con il proprio corpo in modo libero, magari con l’aiuto della musica. In definitiva, un approccio che prende le mosse dalla pedagogia di impronta montessoriana. Molti altri reputano più efficace la scoperta casuale della bellezza: in un panorama, in un quadro, in un disegno o anche in un cartone animato.

Educare al bello per comprendere la diversità

Uno dei benefici che – secondo gli studiosi – deriverebbe dall’educazione al bello è l’acquisizione di quell’ottimismo esistenziale utile per vivere il quotidiano. In un saggio di Piero Bertolini, Ragazzi difficili. Pedagogia interpretativa e linee d’intervento, uscito nel 1993, l’autore sottolinea come l’educazione alla bellezza significhi proporre al bambino il concetto che un ideale estetico possibile esiste realmente e si può incontrare ovunque nel mondo, anche attraverso l’esperienza del difficile e del diverso. Questo approccio, nel trattamento dei bambini e dei ragazzi problematici risulta particolarmente efficace perché riunisce in sé due momenti centrali del percorso rieducativo: quello dell’impegno personale e quello della scoperta della responsabilità sociale. L’introiezione di questi due momenti rende possibile l’assimilazione del senso di responsabilità come necessità sociale. Educare alla bellezza, insomma, significa affinare la sfera della sensibilità e dell’emotività del bambino, la sua immaginazione e la sua creatività, la capacità di esprimere sensazioni e sentimenti propri e di comprendere l’espressione degli altri, in un progressivo arricchimento del proprio patrimonio espressivo e dell’area dell’affettività. Non solo: vuol dire insegnargli a scoprire che anche in una cosa apparentemente “diversa” o “ostile” si nasconde la bellezza.

Educare gli adulti al bello è utile?

E gli adulti? Serve davvero educarli quando sono cresciuti e disillusi? Il filosofo Stefano Faravelli, che gira il mondo dipingendo piccoli taccuini di viaggio, direbbe di togliere l’orologio, “come fanno i cinesi prima della cerimonia del tè, perché – dice – la bellezza ha a che fare con l’eternità”. In effetti, potrebbe essere un inizio promettente: togliere l’orologio e spegnere per un po’ lo smartphone (solo per mezz’ora, non temete) e godersi la fascinazione della mostra che aspettavano di vedere da mesi, la bellezza semplice di un momento in famiglia o con la persona che si ama. Riflettere e introiettare questa positività stimolerebbe l’adulto a cercare un modo sempre nuovo per trovare bellezza senza più cercare soddisfazione in azioni nocive. Il beneficio più immediato, e visibile, sarebbe la progressiva scomparsa degli haters, i leoni da tastiera che vomitano crudeltà sul web. E magari – ma non siamo criminologi né sociologi, quindi è solo un auspicio – diminuirebbero anche le violenze sui bambini, sulle donne, sugli animali. Così come gli stupri continui all’ambiente che ci circonda.

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