Editoriale

Ci siamo, dunque. La sfida è iniziata. Sfida anzitutto a noi stessi, per la riconquista del lettore e della credibilità del giornalismo, in un momento storico – l’era della post-verità – in cui tutto è rimesso in discussione e nulla può essere dato per scontato. Per questo affrontiamo la battaglia del racconto con un metodo nuovo. Una squadra di giornalisti giovani, trentenni o meno, per avere un punto di vista diverso, un’angolatura si spera non banale, da cui guardare il mondo in cambiamento. E soprattutto una squadra selezionata ex novo con un rigido criterio meritocratico, senza amicizie, padrinaggi politici, nepotismi. Tutto in streaming, si direbbe. Per fare cosa? Per provare una lettura lunga del reale con uno strumento apparentemente antico, ma per questo modernissimo, come un bimestrale. A cui si affianca una fruizione e un aggiornamento quotidiano digitale.

Con questo primo numero proviamo a stringere l’inquadratura sulla “generazione liquida”, la Generazione Y, quella di chi non ha avuto nulla in eredità dai padri se non un mondo da ricostruire dalle fondamenta. E nel nostro Occidente che, come prediceva Spengler, ci sembra avviato a un ineluttabile tramonto, sarà proprio questa generazione a dover affrontare le due minacce mortali che ci si parano di fronte. L’Occidente, il nostro oikos, i nostri valori costituzionali e repubblicani, subiscono infatti un duplice attacco. Dall’esterno, con il jihadismo del Califfato, e dall’interno, con il populismo (ma quanto ormai ci sembra inservibile e logora questa definizione) che rimette in circolo persino quei veleni etnici e razzisti che speravamo esserci lasciati alle spalle con la fine della seconda guerra mondiale. Tutto è in movimento, tutto cambia. Sono in crisi gli Stati nazionali nel Medio Oriente ed è saltato l’equilibrio posticcio di Sykes-Picot – è in crisi persino la geografia! -, le vecchie idee ci sembrano inservibili, la sinistra e la destra, le vecchie ricette, l’Unione europea, che ci sembrava un porto sicuro, è rimessa in discussione ogni giorno. È in crisi, dicevamo all’inizio, la stessa possibilità di un racconto “oggettivo”, univoco della realtà. Ma il nostro compito è non arrenderci al pessimismo, altrimenti non saremmo qui oggi.

In questa era del caos sono proprio questi giovani giornalisti a indicare una via d’uscita, con il loro sforzo di offrirci – nelle pagine che seguono e in quelle che verranno – una nuova architettura di senso, una nuova chiave di lettura del reale. Nella società liquida di Bauman è nata e cresciuta questa generazione, in cerca del suo Occidente ma senza bussola. Si naviga a vista. E tuttavia la caratteristica dei liquidi, a differenza delle strutture rigide, è che non si possono rompere. Anzi, un liquido può entrare negli interstizi, infilarsi dove altri non arrivano, prendere forme inaspettate. Ciò che è liquido si può adattare meglio, può resistere, plasmarsi. Ha una resilienza maggiore, non si spezza. Noi restiamo ottimisti, nonostante tutto. E ci proviamo con questa News Room. È l’ottimismo della scimmia nuda, direte voi, quello di Gabbani a Sanremo. Ma siamo in ballo e ci vogliamo divertire.

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