Editoriale

24 ore. Un giorno. Nella vita di persone e città. Nel cuore di
un Paese: l’Italia. Con i suoi evidenti problemi ma anche con le
sue indiscutibili potenzialità. Un tempo di cronaca e setaccio.
I nostri pensieri e il nostro parlare esistono nel tempo, la struttura stessa del nostro linguaggio richiede il tempo (una cosa “è”, oppure “era”, oppure “sarà”). È Heidegger che ha espresso con forza questo nostro “abitare il tempo”. E i protagonisti di questo numero di the new’s room abitano il tempo: lo spessore del presente
e la cocciuta illusione del futuro. Con i piedi per terra, la pasticciera e l’architetto, il giovane al primo voto e l’addetto agli impianti
di risalita a Bardonecchia, la transgender e il post pensionato,
la super nonna hi-tech e il candidato alle elezioni, la blogger,
attraversano il (loro) tempo che più in là (o forse più in qua) è anche il nostro. Sono uomini e donne consapevoli, contagiati dalla
voglia di credere che le cose possono (e devono) cambiare, insensibili al gioco dei rimandi, ipnotico e crudele, impegnati nel quotidiano a disinnescare la bomba degli automatismi.


Michelangelo scrisse che: “L’attesa è il futuro che si presenta a mani vuote”. La sensazione netta è che gli attori di questo numero vogliano riempirle queste mani, trasformando l’attesa in una terra fertile nella quale seminare possibilità, conseguenze e risultati. Le loro 24 ore sono in fondo – rubando un guizzo a Gramsci – “un semplice pseudonimo della vita stessa”. 24 è una cifra eloquente. Ha unito per esempio la vita e il cinema. Nel 2010 Ridley Scott ha prodotto Life in a day, un film corale, realizzato
montando decine di migliaia di video girati dai protagonisti
il 24 luglio lungo i 24 fusi orari. E questo numero di the new’s room – che riparte con rinnovata energia guardando a obiettivi ambiziosi – è un lavoro corale in cui il quotidiano, scollinando l’accezione di ordinario, va oltre e racconta il vero, scopre nuovi punti di vista, introduce riflessioni. Buona lettura.

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