Editoriale

Alla scoperta di Maurizio Costanzo

Da pontefice dell’interruzione a maestro d’empatia. Una chiacchierata con l’uomo che ha fatto la storia del giornalismo televisivo italiano.

 

Maurizio Costanzo mi riceve nel suo ufficio in Prati. Seduto dietro un’ampia scrivania, le pareti tappezzate di foto, da Totò, Vittorio Gassman, Giovanni Falcone, Alberto Sordi, Giulio Andreotti, fino a Gino Paoli, Fiorella Mannoia, Matteo Renzi. Alcune vecchie locandine di Cinecittà incorniciate. Di fronte una serie schermi televisivi sintonizzati su diversi canali. Ho subito avuto la sensazione che mi scorresse davanti un pezzo cruciale della storia del nostro paese.

 

Spesso, quando si tratta di un personaggio così noto, si arriva alle interviste con un’idea più o meno chiara di chi si va ad intervistare, che può essere confermata o smentita dall’incontro. In questo caso è stato diverso. Io, del personaggio Costanzo, non avevo un’idea predefinita. Forse perché ho fatto sempre fatica a tenere insieme i pezzi. Giornalista, con all’attivo oltre 40mila interviste a personaggi che vanno da Totò a Woody Allen, da Giulio Andreotti a Donald Trump; autore radiofonico e televisivo, ideatore e conduttore del talk-show più longevo d’Italia; talent scout, co-autore (tra gli altri) del brano Se Telefonando di Mina, ha scritto pièce teatrali e contribuito alla sceneggiatura di film di Scola, Pasolini e Pupi Avanti.

 

I miei ricordi della televisione, in qualche modo, iniziano con lui. Quando sono nata, il Maurizio Costanzo Show era alla già sua terza edizione, e salvo brevi interruzioni, oggi è ancora lì. Ricordo quando ho iniziato ad uscire la sera, e tornando a casa trovavo i miei in salotto sul divano a guardarlo; o di ritorno dalle gite fuori porta, a volte ci fermavamo in quei ristoranti di passaggio dove si fa tappa prima di ripartire, e lo vedevo trasmesso in quelle televisioni vecchio stile appese al lato della sala. Per noi nati negli anni ottanta, Maurizio Costanzo, in qualche modo, c’è sempre stato.

 

La prima cosa che avrei voluto chiedergli, è cosa si prova ad avere uno show che porta il proprio nome. Forse è qualcosa a cui ci si abitua, e diventa normale, come tutto il resto. In ogni caso non sono riuscita a chiederglielo, perché la prima domanda l’ha fatta lui a me. Mi ha chiesto quali fossero le mie origini, gli ho risposto che mio padre era pugliese; mi ha detto che a lui la Puglia piaceva moltissimo, e che Lecce è una della città in Italia che ama di più. Poi di domande me ne ha fatte altre, sembrava sinceramente interessato; e io in pochi istanti ho dimenticato di trovarmi di fronte all’uomo che è anche uno show, che ha ideato il personaggio di Fantozzi e scoperto, tra gli altri, talenti televisivi come Dario Vergassola, Giobbe Covatta, Enzo Iacchietti e Daniele Luttazzi. Ero a mio agio, e senza che me ne accorgessi, mi sono ritrovata a parlare di me.

 

Allora ho capito che la particolare tecnica d’intervista che  attribuiscono a Costanzo, che gli è valsa l’appellativo di “pontefice dell’interruzione” -perché riesce “a far dire; a far seguitare la conversazione e il ragionare, inframmezzandosi al discorso altrui e allo stesso tempo rendendolo possibile”- in realtà non è una tecnica, ma un modo di essere. Così gli ho fatto la prima domanda, di cui avevo già compreso la risposta.

 

 

 

 

Qual è il segreto del suo successo?

 

So ascoltare. Tutti quanti non vogliono altro che essere ascoltati. E non si tratta soltanto di ascoltare in modo superficiale, ha a che fare più con la capacità di vedere le persone per come sono.

 

 

Qual è il ruolo della televisione oggi, secondo lei? E’ ancora rilevante come quando ha iniziato?

 

La TV resta indispensabile, ma guarda ad un target sempre più elevato, in termini di età. La RAI ha un pubblico che va in prevalenza dai 40 anni in su, e trova un picco nelle donne over 65. Quello di Canale 5 è un pubblico più giovane, con picchi per particolari programmi, in primis i talent. Direi che la televisione è in una fase di consolidamento, resta centrale per molti. Di recente, la replica della prima puntata di Montalbano ha raggiunto i 6.5 milioni di telespettatori, una cifra sorprendente, tenendo presente si trattava di una replica. Quanto alla qualità dei programmi, gli investimenti sono minori oggi di trent’anni fa, e questo espone al rischio di prodotti meno ricchi.

 

 

Parlando di qualità. Il suo show è stato una fucina di grandi talenti televisivi, oltre a quelli già citati: Vittorio Sgarbi, Ricky Memphis, Valerio Mastrandrea. Come si fa a scovare un talento televisivo?

 

Ancora una volta, bisogna saper ascoltare, seguire con attenzione quello che accade nel mondo fuori, sondare gli umori. I cabaret, per alcuni sono stati un trampolino di lancio, per altri è valso il passaparola. Quando il programma andava in onda tutti i giorni, la mia troupe era sempre in giro in cerca di nuovi personaggi, poi me li segnalava, e io li testavo in tv. Se funzionavano, era fatta.

 

 

Quali sono i volti televisivi che ha scoperto di cui va più fiero?

Enzo Iacchetti, ma anche Giobbe Covatta

 

 

E adesso?

Adesso che il programma non va più in onda tuti i giorni, funziona diversamente, abbiamo meno bisogno di fare scouting.

 

 

Lei crede nella funzione pedagogica della televisione, o piuttosto la vede come uno specchio della società, senza alcuna funzione di indirizzo per l’opinione pubblica?

 

La televisione, se fatta bene, può e deve aiutare a riflettere. Ma io non ho mai avuto l’ambizione di educare il pubblico. Stimolare delle riflessioni, quello si.

 

 

Lasciato a se stesso, il rischio è che il pubblico faccia scelte poco edificanti. Penso all’interesse morboso per la TV del dolore, ad esempio, o per la cronaca nera. Perché, secondo lei, trasmissioni che mettono in piazza il dolore e la brutalità altrui, hanno tanto seguito?

 

Perché attivano sentimenti istintivi, elementi inconsci che fanno parte di ciascuno di noi, e che teniamo nascosti nel profondo, repressi. Assistere al dolore degli altri, in qualche modo, ha una funzione catartica. Quanto alla rabbia, e alle risse in televisione, la prima è scoppiata durante un mio programma, poi sono stato io stesso a chiedere che non accadesse più. Non ho più voluto risse nella mia trasmissione.

 

E il suo programma preferito, oggi?

Seguo sempre Chi l’ha Visto.

 

 

Qual’ è la prima immagine che le viene in mente pensando alla televisione?

‘Lascia e Raddoppia’ di Mike Buongiorno. Tu non eri neppure nata, ma è stato un format rivoluzionario.

 

 

Tornando al tema dei giovani, lei realizzerebbe oggi un format televisivo rivolto soltanto ai giovani?

 

Probabilmente no. I giovani oggi sono attirati altrove, non guardano molto la televisione. Eppure una cosa mi ha stupito molto, dai dati relativi allo share del Maurizio Costanzo Show, è emerso che è molto seguito dalle ragazzine tra i 14 e i 17 anni.

 

E come mai, secondo lei?

Non ne ho idea.

 

 

I talent, invece, continuano ad essere estremamente attrattivi per i giovani.

E’ perché regalano un sogno: quello di potercela fare.

 

 

Gli chiedo se non sia pericoloso, se più che un sogno non si riduca, di fatto, ad un illusione.

 

E’ un occasione, un punto di partenza, per molti. Ma dall’impegno, dal duro lavoro e dalla fatica non si scappa. E neppure dalla sofferenza. I giovani devono imparare a non aver paura dei fallimenti e della sofferenza.

 

 

Lei ne ha incontrati, di fallimenti?

Certamente. Tutti ne abbiamo incontrati, è la vita.”

 

E qual era il suo sogno, da ragazzo?

Fare il giornalista.

 

“E ci è riuscito” dico io, mentre penso a quanto appaia riduttivo definirlo soltanto un giornalista.

 

“Avrebbe mai immaginato di avere un programma che porta il suo nome?” si mette a ridere e non mi risponde. Capisco che l’intervista è finita, e che si sarebbe comunque divertito molto di più a farla lui a me, interrompendomi ogni tanto, inframmezzandosi al mio discorso, e allo stesso tempo rendendolo possibile.

 

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