Editoriale

Qualche volta capita di incontrare persone che seguono i tuoi stessi territori di caccia.

Per dirla con le parole di Ronald Everett Capps in una canzone per Bobby Long «Sono quelli che sanno ascoltare ciò che gli occhi non possono vedere». Non sai bene come definirli, assomigliano ai vecchi cartografi, quelli che disegnano mappe, non sempre precise, di territori inesplorati o ancora tutti da scoprire. Immaginano e scrivono il futuro, provano a ridefinire la mappa del post Novecento, dopo che i muri sono caduti, le ideologie  finite e i sogni ripudiati.  Li trovi sparsi, spesso periferici, comunque in cammino, agli  incroci di questa crisi economica che tutto consuma e sembra non finire mai. Sono sognatori, ma senza grandi utopie. Non pretendono di rivoluzionare il mondo, ma cercano terre che gli assomigliano: se ognuno si prende cura di quello che ha intorno, un quartiere, una valle, una collina, un pezzo di cielo, magari qualcosa può cambiare. Hanno le radici a casa e l’orizzonte che guarda lontano. Scommettono su quello che verrà. Pionieri, innovatori sociali, creativi , architetti, artigiani digitali e non. Tutti coloro che riprendono in mano il territorio, e credono che un progetto abbia un valore laddove generi esternalità positive per la collettività, e guardano all’economia e alla produzione  in un ottica sostenibile di lungo periodo.

Come si fa a ritrovare il futuro?

Pensate agli anni incerti del Medioevo. Anche lì gli uomini cercavano una rotta, e in qualche modo la trovano deragliando dal centro. È l’azzardo di quel movimento globale che poi verrà chiamato monachesimo. Comincia tutto con un’abbazia, a Montecassino, in periferia. Il segreto è in tre mosse: innovazione, condivisione, territorio. È una storia che vale la pena di raccontare, con quell’Ora et labora che diventa una parola d’ordine, ma qui si può lasciare da parte la preghiera, la dimensione religiosa e spirituale, e guardare al lavoro, perché il metodo benedettino ha molti punti di contatto con i cartografi di questo scorcio di nuovo millennio.

Non è un orizzonte sicuro quello dove si ritrova a vivere Benedetto da Norcia. Roma da tempo non è più un impero. Non c’è equilibrio. Non c’è legge. Non c’è una morale. Quella di Benedetto è una fuga verso terre di frontiera, lontane, periferiche. Dove? In alto. Sulla cima di un monte. Montecassino. L’idea è di mettere insieme una comunità di individui di buona volontà, dove si prega e si lavora e si ritrova se stessi. Quello di Benedetto è un progetto, una visione, un programma di vita. Quella Regola, vista con gli occhi del 2016, assomiglia a un software open source, un programma aperto, senza diritto d’autore, che ognuno può modificare e adattare alle proprie esigenze. Ed è per questo che sarà virale. Benedetto, che forse non era neppure prete, non crea un ordine rigido. Ogni comunità si organizza come meglio crede.

La Regola viene così riformata e ogni volta si adatta ai tempi e ai luoghi. I monasteri sono luoghi dello spirito, ma si incarnano nella storia come crocicchi di arti, mestieri, saperi e creatività. Il lavoro degli amanuensi recupera la cultura classica e la mette in rete. I benedettini inventano l’orologio meccanico. Non è solo una questione tecnologica. È molto di più, perché cambia la percezione del tempo, e della mente. I benedettini ridisegnano la mappa del pensiero. E lo fanno con una fuga dal presente, con una mossa laterale, spiazzante, come chi intuisce un corridoio invisibile dove immaginare il futuro. Oltre le macerie.

Photo by Mario Purisic on Unsplash
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