Il dolore, quello degli altri

Breve viaggio nella TV del dolore tra plastici, giornalisti invadenti e ospiti e conduttori dalla lacrima facile.

 

“Mario era un ragazzo basso”, “Mario era magro e aveva gli occhi castani”. E’ la parafrasi di Maccio Capatonda, nel suo nuovo film Omicidio all’italiana, del classico “Mario era una brava persona, salutava sempre”. Ma è molto di più. Tra dirette giornalistiche in cittadine dai nomi assurdi, da Schiattasogliole sul Marmo ad Acitrullo, con abitanti grotteschi sottoposti ad interrogatori tragicomici e reporter invadenti che scandagliano nel passato delle vittime con tanto di sondaggi sul presunto movente, il comico ha portato in scena la versione caricaturale della tv del dolore. Ciliegina sulla torta, il sindaco di Acitrullo, che decide di inscenare un omicidio pur di far comparire lo sconosciuto paesino in diretta televisiva dalla Dott.ssa Spruzzone, conduttrice di un rinomato programma costruito intorno a sciagure ed omicidi.

 

Paradossale, si, ma quanto lontano dalla realtà? Una volta era guardare il Grande Fratello o votare Berlusconi. Oggi – ammettiamolo – tra le cose che si fanno ma non si dicono c’è la sintonizzazione, rituale e un po’ catartica, su determinati programmi televisivi che trovano il loro comun denominatore in un elemento fluido che trascende confini e distinzioni; adattabile, capace di prendere la forma del contenitore (televisivo) in cui si trova, inodore e insapore come l’acqua o, meglio, come le lacrime. E’ il dolore, quello degli altri.

 

A suo agio nei talk show, nei telegiornali e negli approfondimenti del pomeriggio e della sera, il dolore tiene attaccati allo schermo ad ascoltare storie e frugare tra le immagini di tragedie pubbliche e private. Terremoti, violenze domestiche, genitori e figli che si perdono per anni e poi si ritrovano sotto i riflettori, tra le lacrime e gli applausi generali, omicidi mai risolti che ingombrano telegiornali e trasmissioni prestandosi a ricostruzioni e ipotesi di ogni tipo, fino ad arrivare al famigerato plastico, manifestazione ultima del processo mediatico, che più non trova soluzione, più appassiona. Fino a dar vita a nuovi idoli dell’orrore, veri e propri fenomeni televisivi che dividono tra chi li vuole colpevoli e chi candidi come agnellini.

 

Ma cosa c’è di così attraente, nel dolore degli altri? Siamo tutti alla ricerca di una catarsi, come nella tragedia greca; o lo facciamo per pura, morbosa curiosità, per quel desiderio che tutti abbiamo di spiare dal buco della serratura? Oppure c’è qualcosa di più profondo che permette, attraverso le orribili azioni altrui, di stimolare quel lato nero che ciascuno ha ma tiene nascosto? E qual è il confine, in questa continua spettacolarizzazione della tragedia, tra ciò che consideriamo accettabile e ciò che invece non lo è? Non ci si limita alle singole notizie di cronaca nera ma ogni storia occupa intere maratone televisive in cui si alternano esperti o presunti tali, parenti, amici, vicini, zoom aggressivi verso una casa, una finestra, un cancello accompagnati da sottofondi musicali degni del peggior Dario Argento. Esiste un limite alla crescente mediatizzazione dello strazio privato? Quanto più in là è lecito andare, a vantaggio dello share?

 

Interrogativi, questi, che vale la pena porsi. Poiché dalla televisione del dolore, nessuno di noi è immune.

 

 

BOX: La tragedia privata sbarca in TV

 

E’ il 1981 quando il piccolo Alfredino, sei anni, cade in un pozzo a Vermicino, nei pressi di Roma. Seguono 18 ore ininterrotte di diretta Rai dei soccorsi, con interventi in tempo reale di parenti, forze dell’ordine, e curiosi accorsi sul luogo della tragedia. Nel periodo della diretta succede di tutto: dai centralini della Rai che vanno in tilt nei pochi minuti in cui la trasmissione viene momentaneamente sospesa, all’inviato Piero Badaloni che si scioglie in lacrime di fronte alle telecamere, all’arrivo a sorpresa del presidente della Repubblica Sandro Pertini. Era nata la tv del dolore, e il caso di Alfredino è divenuto un vero e proprio caso di studio entrato nei libri di comunicazione e nella cultura popolare attraverso canzoni, film e piece teatrali.

 

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