Digitale e sharing economy: le iniziative di questa legislatura

Nel corso della XVII legislatura il Parlamento italiano si è confrontato con il tentativo, talvolta maldestro, di regolare modelli economici e culturali nuovi, fondati sulla sempre maggiore diffusione di tecnologie abilitanti come gli smartphone e i sistemi operativi aperti.  Tra i tentativi messi in campo, si segnala anzitutto l’iniziativa della On. Tentori in materia di sharing economy. Sebbene la proposta abbia poche probabilità di vedere la luce nella legislatura in corso, essa ha avuto il pregio di attivare un’interlocuzione attiva tra legislatore e operatori del settore, ponendo le basi per alcuni dei successivi interventi normativi.

Molto più risonante da un punto di vista mediatico la norma cosiddetta “tassa Airbnb”. La manovra correttiva (Decreto legge n. 50/2017) ha disposto che, per i contratti stipulati a partire dal primo giugno 2017 anche per mezzo di piattaforme di intermediazione quali Airbnb e simili, si applichino le disposizioni relative al regime della cedolare secca con ritenuta al 21%. Non è una novità: gli affittuari erano già obbligati a dichiare i canoni percepiti ma, secondo i sostenitori dell’iniziativa, questi redditi restano spesso non dichiarati. Particolarmente critico il tema della riscossione: i gestori delle piattaforme, spesso non residenti in italia, non sarebbero in grado di svolgere il ruolo di sostituto d’imposta. Anche l’opzione di nominare un rappresentante fiscale appare inadeguata, oltre al fatto che gli operatori lamentano l’impossibilità tecnica di adeguarsi nei tempi previsti dalla manovrina.

La legge di conversione della manovra correttiva è stata inoltre scenario di uno dei più controversi “pasticci” normativi della legislatura. Un emendamento approvato “clandestinamente” in commissione Bilancio alla Camera ha ripristinato i limiti per le autorizzazioni ai servizi di linea interregionale, già introdotti dal Ddl Milleproroghe e abrogati dal decreto legge contenente la stessa manovrina. La norma prevede che solo i raggruppamenti di impresa il cui capogruppo esegue come attività principale quella di trasporto possano ottenere l’autorizzazione ad operare, escludendo così Flixbus, il cui modello di business si fonda invece sull’offerta di servizi di marketing, di biglietteria e amministrativi alle imprese di trasporto locali. Nel momento in cui si scrive, nuovi emendamenti al Ddl Mezzogiorno, che chiedono di sostituire la norma anti-Flixbus con l’impegno ad istituire un tavolo per il riordino della disciplina in materia di servizi automobilistici interregionali di competenza statale, sono in attesa di essere posti al voto.

Dalle recenti esperienze legislative si desumono due semplici lezioni. La prima è che norme troppo stringenti sui temi legati all’innovazione rischiano di tramutarsi in un flop, con danni non solo per gli operatori e i lavoratori del settore, ma per il progresso dell’intero ecosistema, che si basa, appunto, sulla promozione di una cultura dell’innovazione e sulla possibilità di adattare in maniera flessibile le norme alla rapida evoluzione della tecnologia. La seconda è che l’innovazione tecnologica deve calarsi nel quadro normativo per mettersi al servizio del tessuto culturale, sociale ed economico. A tale scopo, le piattaforme non possono che avviare un rapporto di collaborazione con le istituzioni, così da porsi come strumenti per la crescita e per il miglioramento delle condizioni di vita degli utenti e dei cittadini. In questa direzione va un’altra delle proposte contenute nella manovrina, volta a risolvere controversie di natura fiscale per tutte quelle aziende multinazionali, quindi anche quelle del web, per le quali non è semplice definire la base imponibile. La nuova “webtax” fortemente voluta dal presidente della commissione Bilancio della Camera Francesco Boccia, istituisce una procedura di cooperazione tra multinazionali che svolgono attività economica in Italia e l’Agenzia delle entrate. In attesa di soluzioni sovranazionali, la norma potrebbe portare all’erario fino a 5 miliardi all’anno, senza incidere in misura eccessiva sulle scelte strategiche delle aziende multinazionali che operano sul mercato italiano.

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