Dalla laurea al lavoro, cosa c’è e cosa manca.

Giovani, talentuosi e con un adeguato bagaglio di conoscenze apprese nei loro percorsi universitari. Eppure non del tutto pronti ad entrare nel mondo del lavoro. È il ritratto dei neolaureati italiani.

Cos’è che manca. Le discrepanze più rilevanti tra domanda e offerta – come emerge dall’indagine “I neolaureati nel mondo del lavoro – Canali di reclutamento, profili, esigenze delle imprese” realizzata da Almalaurea in collaborazione con Centromarca – si riscontrano a livello di obiettivi e ambizioni professionali, conoscenza del settore di attività dell’azienda e competenze trasversali. Sul tema delle competenze trasversali, le cosiddette soft skills, l’ultimo rapporto del World Economic Forum indica le dieci qualità indispensabili da qui al 2020: problem solving; pensiero critico; creatività; gestione delle persone; lavoro in gruppo; intelligenza emotiva; capacità decisionale; orientamento al servizio; negoziazione; flessibilità.

Voce all’azienda, parla FS. Per capire meglio i profili ricercati dalle aziende The New’s Room ha contattato proprio l’azienda più desiderata dai giovani laureati: il gruppo Ferrovie dello Stato Italiane, vincitore del “Best Employer of Choice 2016”. «Le Università italiane formano bene i nostri giovani ma spesso il collegamento reale con il mondo del lavoro non è evidente» – spiega Mauro Ghilardi, Direttore Risorse Umane e Organizzazione del Gruppo FS – «Le soft skills più importanti? Comunicazione e networking, vivacità intellettuale e capacità di gestire situazioni mutevoli e complesse e, quindi, flessibilità. Per avere successo occorre saper affrontare in modo aperto le situazioni con rapidità di pensiero e idee vincenti, avvalendosi anche dell’esperienza altrui. Poi ovviamente c’è la comunicazione, imprescindibile per collaborare e allineare le persone verso scopi e obiettivi comuni, moderando le divergenze». Maggiore conoscenza dell’inglese e ricorso a metodologie e tecnologie innovative (business game, case study, coopetition), infine, sono le richieste al mondo accademico.

L’Università risponde. Evidenziato cosa serve, la parola passa alle Università e abbiamo contattato l’Università Cattolica per farci raccontare ragioni e soluzioni di questo gap. «Da sempre le aziende cercano ragazzi in gamba: persone che sappiano fare e non semplicemente che sappiano. Il focus va quindi posto sulle competenze e non solo sulle conoscenze» – risponde Roberto Reggiani, Responsabile Placement dell’ufficio di Milano – «Per supportare i ragazzi le Università hanno arricchito le classiche modalità di trasmissione del sapere con attività didattiche molto più interattive e partecipate, spesso in collaborazione con le imprese. Lo strumento principale resta comunque lo stage». Come misurare allora il risultato di queste iniziative? «Le Università hanno strumenti di valutazione dell’efficacia dell’apprendimento by doing. Ogni corso di laurea ha modalità proprie di progettazione e misurazione delle competenze in uscita» – ci racconta Reggiani – «E c’è poi un tema culturale di un cambio di prospettiva da parte degli studenti, gli uffici di placement su questo lavorano molto. L’obiettivo del percorso universitario non è il conseguimento del titolo ma è la costruzione di un’identità professionale e di un’ipotesi di percorso di carriera. L’obiettivo finale? Non deve essere il giorno del conseguimento del titolo, ma il giorno dopo».

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