Chi ha paura di fallire?

Dieci anni fa all’incirca. Tony Blair è a pranzo con Cisco e una decina di protagonisti dell’hi-tech Usa, tra cui quelli di Google. Blair – allora primo ministro del Regno Unito – domanda: «Come posso importare il modello della Silicon Valley a Londra?». Steve Jobs, il cofondatore di Apple, alza la mano e dice: «C’è una cosa che abbiamo tutti in comune: il fallimento di almeno una delle nostre attività», – nel suo caso pensava probabilmente a Next. L’America ha un rapporto speciale con il fallimento, è visto come un’esperienza, non un errore. Si presume che senza fallire si abbiano meno opportunità di imparare e produrre resilienza.
L’episodio lo ha raccontato Vinton G. Cerf, uno dei padri di Internet. Ancora oggi, una delle più grandi differenze tra un businessman europeo e uno americano è che il primo non darebbe mai credito a un imprenditore che è fallito, il secondo non presterebbe soldi a chi non è fallito almeno una volta nella vita. Fallire fa parte del processo di rischio.
In Italia una ricerca di I-Come ha analizzato l’ecosistema delle stat up: se nel 2013 erano solo 824, alla fine del 2017 ne risultano 8.381. Il trend positivo che riguarda soprattutto i più giovani si scontra, però, con un difficile accesso ai finanziamenti e un ecosistema che non spinge gli investitori privati a scommettere sull’innovazione. Il Sud è quello che investe meno in ricerca e sviluppo (appena l’1%, contro l’1,6% delle regioni del Nord e una media nazionale dell’1,4%). Senza una cultura che accetta il fallimento come un’esperienza, si limita il rischio. E quindi non si innova e non c’è crescita. Nel nostro Paese fallire significa macchiarsi la reputazione.

Non c’è nulla di bello nel fallimento, ma è la percezione che fa la differenza. Permettersi di fallire significa essere liberi, anche di sbagliare e imparare dai propri errori. Quando le cose non vanno, a fallire non siamo noi, ma l’immagine che ci siamo dati.
La consapevolezza del fallimento diventa la chiave d’accesso alla libertà di provarci. Solo così si cambia il mondo. «La grandezza — diceva Confucio — non si raggiunge non fallendo mai, ma rialzandosi ogni volta che si cade».

La paura del fallimento spesso è legata alla paura del giudizio, al timore di deludere se stessi e gli altri. Il salto nel buio paralizza quando l’idea del successo è un’immagine di sé vincente, incapace di considerare l’esistenza come un viaggio, fatto di alti e bassi, di cambiamenti e sperimentazione. E così lo stigma del fallimento blocca l’iniziativa, è una forza negativa che frustra la creatività, che sacrifica la crescita economica e i consumi. Se il concetto di successo è correlato all’idea di dover far bene, allora un nuovo progetto non potrà che terrorizzarci. Eppure è la nostra capacità di cadere che ci rende così umani. Perché ancora una volta potremo rialzarci.

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