Cattedrali nel deserto: la riscoperta dell’Incompiuto

Un buon modo per conoscere la storia d’Italia è quello di partire dalle sue rovine. Di molte di esse gli Italiani vanno generalmente fieri, arrivando a volte ad identificarcisi: basta pensare a Verona e alla sua arena, ai Nuraghe sardi o più banalmente al Colosseo, che spunta su braccia e polpacci di mezza Capitale. Ma ci sono altre rovine, legate ad un pezzo di storia italiana, che nessuno vuole ricordare. Un patrimonio edilizio di oltre 750 opere pubbliche mai terminate, figlie degli anni del boom economico, della generosità della Cassa per il Mezzogiorno e dell’incontrollabile fantasia di politici e progettisti. Una storia che oggi trova solo due narratori: il Gabibbo e il progetto Incompiuto Siciliano – la nascita di uno stile, nato dalla collaborazione fra Claudia d’Aita, Enrico Sgarbi e il collettivo di artisti Alterazioni Video.



“Di base lo scopo è quello di ufficializzare la parola e lo stile Incompiuto, che per noi è il più rappresentativo del Novecento” spiega Matteo Erenbourg, uno dei fondatori del collettivo, che aggiunge: “Uno stile è espressione di una cultura; e l’Incompiuto esprime la cultura nata nel secondo Dopoguerra attorno alle iniziative di sviluppo del meridione. I fondi provenienti da Roma destinati al recupero del gap infrastrutturale col Nord venivano usati perlopiù per far lavorare le maestranze locali. Nel tempo questi meccanismi si sono sedimentati fino a diventare una pratica che ha trasformato l’economia, i rapporti sociali, politici ed il paesaggio”. Fu così che Giarre (CT), la “capitale dell’incompiuto” si ritrovò fra le altre cose con un mezzo stadio da polo da 15.000 posti (ai tempi la città aveva la metà degli abitanti); costruzione che condivide con centinaia di altre opere inconcluse una bellezza metafisica che nasce dal dialogo fra natura e cemento armato, e in cui la tensione fra forma e funzione si risolve in una corrente artistica che ha come postulato, oltre all’inutilità, “la parziale esecuzione del progetto”. Sembrerebbe una provocazione, e invece no: “Uno stile può anche nascere inconsapevolmente ed essere messo a sistema in un secondo momento, vedi ad esempio Rem Koolhaas e il Manhattanesimo”.

La “messa a sistema” dello stile Incompiuto inizia nel 2007 con la catalogazione dei progetti edilizi abbandonati partendo appunto da Giarre ed allargando gradualmente la mappatura al resto della penisola “perché come diceva Pietro Germi, la Sicilia è due volte Italia. La quantità e qualità dell’incompiuto siciliano rispetto a quello di altre regioni è straordinaria, solo lì si trovano 350 delle opere finora mappate, soprattutto strutture civili come stadi o ludoteche”. Si perché l’Incompiuto ha anche i suoi filoni: la Calabria è terra di dighe, la Puglia di ospedali; non per nulla Claudia D’Aita, in un’intervista del 2011 spiegava senza un filo di ironia che al pari del Barocco Nazionale e Siciliano, ci sono due Incompiuti; il Nazionale ed il Siciliano. Il fatto di essere forestieri ha sicuramente facilitato il cambio di prospettiva: “Avevamo sentito parlare di Giarre su Striscia e la scoperta dei luoghi è avvenuta quasi casualmente durante una vacanza. Per noi sono opere d’arte, ne siamo affascinati. Per chi è del posto è diverso; spesso quando chiediamo ai locali di una struttura non ne sanno nulla e i sentimenti che provano più comunemente nei confronti di queste opere sono rabbia e vergogna”. Per questo la pista della denuncia è stata abbandonata per quella della rivalutazione artistica, con l’avvio di diverse collaborazioni (Mibact, Triennale di Milano, Art Basel, Gabriele Basilico), l’organizzazione di un Festival con tanto di tour guidato nel “parco dell’Incompiuto” di Giarre e la pubblicazione del primo volume fotografico previsto nel 2018.

Sorge però spontanea una domanda: perché non terminare queste costruzioni? “Molte di queste strutture non sono recuperabili o per errori progettuali che ne rendono impossibile il completamento, o semplicemente perché costa troppo abbatterle. Ad esempio sempre a Giarre c’è una piscina olimpionica che non sarà mai tale perché le vasche sono sotto le misure regolamentari. In assenza di risorse si può lasciarla lì e far finta che non esista; noi invece ci domandiamo se possa essere qualcos’altro”.

Stadio del Polo di Giarre.
Fotografia di Gabriele Basilico
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