Il Caso Libanese. Uno Sprone per l’Europa a Fare di Più

Con un rifugiato ogni quattro abitanti, il Libano è il paese con la più elevata concentrazione di profughi al mondo. Ne parlo con Lia Quartapelle, la capogruppo PD Esteri alla camera , che dal 2015 è impegnata a promuovere la costituzione di un fondo internazionale per la scolarizzazione dei minori rifugiati e il rafforzamento dei i finanziamenti per i programmi di protezione e di assistenza dei profughi.

 

Nel quadro del conflitto arabo-israeliano, il Libano ha accolto un numero molto significativo di profughi palestinesi. Oggi, in proporzione alla sua popolazione, è il paese che più di tutti assorbe l’esodo dalla Siria. Cosa comporta questo per il Paese, e che riflessioni apre in relazione all’approccio Europeo e Italiano ai flussi? 

Il caso libanese rispetto all’ accoglienza dei profughi deve essere uno sprone perché ciascun paese europeo faccia di più. I numeri sono impressionanti. Al mezzo milione di profughi palestinesi, si sono aggiunti più di un milione di rifugiati siriani registrati dall’UNHCR. Basti pensare che il rapporto tra rifugiati e abitanti, in questo piccolo Paese grande poco più della metà del Lazio, è di uno a quattro.  E il reddito pro capite dei libanesi è di 8 mila dollari, un quarto di quello degli italiani, ed è sensibilmente diminuito dall’inizio del conflitto siriano, mentre la disoccupazione cresce. Tutto ciò sta mettendo la fragile economia libanese sotto stress, in particolare dal punto di vista dell’adeguata offerta dei servizi pubblici e delle infrastrutture, e questo non fa che aumentare le tensioni sociali. È indegno che il Libano, così come la Giordania, riceva tante parole di incoraggiamento, ma pochi sostegni materiali per fare fronte all’emergenza. Sono poche le riflessioni che questa situazione dovrebbe scatenare, e molte più le azioni.

 

Su circa un milione di profughi siriani in Libano, oltre il 50% è minore.  Un’intera generazioni di giovani, di fatto, è relegata nei campi profughi. Quali sono gli strumenti da mettere in campo per far sì che non si tratti di una “generazione perduta”? 

Serve soprattutto un investimento sulla scolarità. E il problema non si limita ai profughi, perché nel Paese i minori vulnerabili sono più di un milione, tra cui molti libanesi. E’ per questo che abbiamo sempre chiesto un impegno per la creazione di uno specifico fondo per l’educazione di questi bambini. E per i ragazzi abbiamo avanzato anche alcune proposte per lanciare programmi e collaborazioni innovativi con le nostre università per servizi in e-learning. Dobbiamo offrire a questi giovani qualche opportunità. Altrimenti a perdersi non sarà soltanto una generazione, ma anche ogni prospettiva di pace e di ricostruzione in Siria.

 

 

Con l’accordo UE-Turchia, l’Europa ha stanziato 3miliardi di euro come pacchetto di sostegno per far fronte alla crisi siriana. L’Italia, nell’ambito del recente accordo con la Libia, ha messo in campo una somma sostanziosa per rendere effettivo il contenimento dei flussi sulla sponda sud. Tali aiuti, seguono soltanto la logica dell’acquisto di sicurezza o c’è una reale volontà di alleggerire i Paesi che hanno l’onere dell’accoglienza, e garantire un futuro migliore a queste persone?

 

Non si può pensare di scaricare sui paesi di transito e di prima accoglienza dei profughi tutti gli oneri della situazione. Voltarsi dall’altra parte è inutile, perché il problema resta e, anzi, rischia di peggiorare. Le direttrici per farlo, però, sono diverse e bisogna seguirle tutte con un approccio organico. Prima di tutto, i  paesi europei devono aiutare i Paesi di prima accoglienza, sostenendoli materialmente e finanziariamente. Questo però è efficace soltanto se ci si impegna per irrobustire le capacità di risposta istituzionale dei paesi in questione. Così si spiega il nostro sostegno alla guardia costiera libica, essenziale per lottare contro il traffico di esseri umani, che sfrutta le crisi umanitarie e le peggiora. Certo che bisogna condividere anche le responsabilità dell’accoglienza, ma bisogna farlo privilegiando una gestione ordinata dei flussi. Infine, bisogna guardare oltre l’emergenza e impegnarsi per la soluzione delle crisi e per garantire un futuro di sviluppo e di opportunità nei Paesi d’origine dei migranti e dei rifugiati. Questa è una priorità per l’Italia, e stiamo cercando di farla diventare una priorità di tutta l’Europa.

 

Tu sei impegnata dal 2015 nel chiedere una maggiore attenzione dell’Italia verso la questione del Libano sia in termini di reinsediamenti che di programmi di scolarizzazione. A due anni di distanza, come giudichi l’azione del governo in questo senso?

L’Italia, con la sua storica presenza nel paese, gode di una positiva e importante considerazione della popolazione e delle autorità libanesi. Siamo anche il principale partner commerciale del Libano e tutto questo ci offre un’interlocuzione privilegiata, ma anche delle responsabilità. Già nell’ottobre 2015 ho presentato una risoluzione parlamentare per promuovere la costituzione di un fondo internazionale per la scolarizzazione. Chiedevamo anche di rafforzare i finanziamenti. E poi, importantissimo, c’era l’impegno a rafforzare il programma italiano di re-insediamento. Abbiamo fatto cose significative, a partire dai corridoi umanitari e con i 400 milioni di dollari impegnati dal governo italiano nel triennio 2016-2018 per rispondere all’emergenza nella regione. Gli sviluppi geopolitici recenti che purtroppo minacciano il Libano devono confermarci nel nostro sostegno al Paese che oggi più di ieri ha bisogno di un sostegno, non solo economico ma anche di un investimento politico. Così come in Libia, l’Italia deve e può essere un attore regionale che sa intervenire in Nord Africa e nel Medioriente per sostenere gli sforzi di ciascun paese dell’area per la stabilizzazione interna e la pace.

 

Il Libano è da sempre un paese che, sia per gli esistenti equilibri politici e religiosi, sia per la posizione geopolitica, è sottoposto a una pressione derivante dal contesto regionale. Recentemente, al “rischio contagio” dalla Siria si sono aggiunte pericolosissime dinamiche regionali che minacciano lo stesso ufficio del primo ministro. Quali scenari prevedi? 

 

Le tensioni non sono mancate e non mancano e certamente l’escalation tra Iran e Arabia saudita che si sta scaricando sul primo ministro Hariri è particolarmente preoccupante. La situazione rischia di evolvere in modo inaspettato e pericoloso. Va però colto un elemento di positività in un scenario certamente fosco: la reazione del popolo libanese ai tentativi di combattere una guerra per procura sulla pelle del Libano. Sia in occasione della crisi umanitaria, nel fronteggiare la quale il popolo libanese ha dimostrato grande generosità, sia rispetto alle interferenze sul primo ministro, che è stato nominato come rappresentante di una delle fazioni politico-religiose che compongono il paese ma è stato difeso nel suo ruolo da tutti, raccontano di un Libano molto più maturo rispetto a qualche decennio fa. Si può forse dire che la lunga guerra civile ha sviluppato alcune capacità di auto-regolamentazione del sistema politico in una regione che fa dei contrasti tra gruppi una ragione di conflitti senza fine. C’è quindi una specificità libanese che dimostra maturazione e resilienza e che speriamo non venga soffocata dagli sviluppi regionali.

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