Casa, famiglia e altri animali

Negli ultimi dieci anni ho cambiato 3 continenti, 9 città, diversi lavori, innumerevoli case e un’incalcolabile numero di coinquilini. Ho fallito 3 convivenze e altrettante relazioni, a patto che una relazione finita debba per forza considerarsi un fallimento, e sono soggetta a continui girl’s crush.

Mia nonna, in compenso, ha smesso di chiedermi quando mi sposo e ogni volta che mi vede mi chiede: “Che lavoro fai, ora?”.

I miei amici di una vita, quando mi incontrano per strada a Roma mi dicono:

“Sei a Roma.” Con un tono che non è ne’ una domanda, dato

che la riposta è auto-evidente, né uno statement che richieda un qualche approfondimento; ma più che altro una constatazione. Del tipo “Ah ok, sei qui. Brava.”

I miei vestiti sono sparsi per quattro case: quella di mia madre, quella del mio fidanzato, quella che ho preso in affitto e in cui non ho praticamente mai dormito, e quella dell’anima pia di turno che decide di ospitarmi all’occorrenza a Milano, Palermo, o dovunque mi trovi in quel momento per lavoro.

Ogni tanto faccio qualche viaggio lungo per cercare me stessa. Per fortuna non mi trovo mai.

Siccome tra le altre cose faccio la giornalista, le perso- ne spesso chiedono la mia opinione su questo, o quest’altro argomento.

Quando famiglie senza casa occupano spazi sfitti da decenni, istintivamente mi ritrovo a pensare che sia giusto così, poi c’è sempre l’interlocutore di turno che mi dice che “la quesitone è molto più complicata di così”, e allo- ra io mi dico che sarebbe bello, però, se a volte le cose fossero più semplici, di così.

Quando mi chiedono se sono d’accordo sul matrimonio gay, mi viene subito da ridere all’idea che qualcuno pensi si debba avere un’opinione su una cosa del tutto inopinabile.

E’ come dire “Piove, sei d’accordo?” Famiglia tradizionale? I miei genitori non sono insieme da che io ho ricordi. Non sono una di quelle che hanno avuto il “trauma del divorzio”, e mi è sembrato piuttosto normale quando entrambi si sono innamorati di altre persone.

Sono cresciuta con mia madre, mia zia, il marito americano di mia zia, e una serie di figure che di volta in volta i miei ospitavano a casa per periodi più o meno lunghi. Una volta, dopo il terremoto dell’Aquila, mia zia si è unita ai soccorsi e poi è tornata a casa con questo Gigi che, per un po’ di tempo, è stato per tutti noi “Gigi il terremotato.” Poi, per più di un anno, con noi c’è stata anche Jalila, la badante marocchina di mio nonno, che però quando mio nonno ci ha lasciati si è fatta male a una gamba e non trovava altri lavori. Allora è rimasta con noi, anche se non c’era più nessuno a cui badare. Ogni giorno, mattina e sera, stendeva il tappetino di fronte alla sua stanza e pregava, e quando andavamo in campagna d’estate veniva con noi, ma non poteva fare il bagno in piscina né mettersi in costume, così se ne stava sempre in veranda coperta dal velo a giocare con l’Ipad.

Ho due “fratellastri” che amo, una “matrigna”, e tutte quelle figure con quei nomi da cartone di Walt Disney che

però non mi maltrattano, né mi obbligano a pulire casa, né niente.

Per anni ho sognato di vivere in una “comune” in campagna con tutta una serie di altre persone praticando la sussistenza e cose del genere. Poi ho parlato con chi lo fa davvero, ho capito che è una gran fatica; e mi è passata completamente la voglia.

Alterno vagheggiamenti utopici ad aspettative di inquadramento borghese e conformista. La coerenza non è mai stata un mio problema, e diffido profondamente di chi dice “è una questione di principio” e professa coerenza a destra e manca. Il mio psicologo dice sempre questa frase: “Ti devi centrare”. E io dico ok. Ma non sono sicura di aver capito esattamente cosa intenda.

Da grande mi vedo ancora appassionata del mio lavoro, qualsiasi esso sia; sposata, con due figli, e una casa mia. Poi mi ricordo che sono grande. E un po’ mi viene da sorridere.

Il matrimonio lo vedo come una grande festa, con il karaoke stonato e la musica brutta, in cui dire al mondo intero che ho scelto la persona che ho scelto perché la amo, è la migliore per me, e voglio starci tutta la vita. Dietro deve esserci un filmino dove scorrono una serie di foto di dubbio gusto; gli amici stretti devono fare dei discor-

si dove raccontano aneddoti ridicoli, dicono che siamo la coppia più bella del mondo, e ci augurano un sacco di felicità; nel frattempo si commuovono e ci commuoviamo anche noi.

Quando mi chiedono se credo in Dio, dico che non lo so se si chiama Dio; ma di sicuro qualcosa c’è. Non so se sia esattamente quello che penso, ma mi piace dirlo e mi pare suoni parecchio bene.

La vera libertà, per me, è la possibilità di scegliere. Chi essere, chi amare, dove vivere, cosa diventare. Chi ha una simile libertà è fortunato. E ha il dovere di tenerlo presente anche nei momenti, tanti, in cui tanta libertà fa paura.

E deve tenerlo presente di fronte a chi lascia casa propria, perché tale scelta non ce l’ha, e ne cerca un’altra di casa: quella in cui essere libero.

L’uomo, per sua natura, tenderà sempre alla libertà, o all’illusione di essa, e non c’è muro che tenga. E per quanto questa, a leggerla, possa apparire una banalità ai più, di fatto per molti (forse la maggioranza) non lo è. Altrimenti non si spiegherebbe il successo di una certa retorica politica.

Famiglia per me è quella di ieri, unita agli amici vecchi e nuovi, e a quella che un giorno costruirò.

Casa? Casa è dove sono io.

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